Siriani oggi al voto per le elezioni amministrative, prime consultazioni dall’inizio delle rivolte boicottate dall’opposizione, nelle stesso giorno in cui a Homs scade l’ultimatum per la resa e il regime ha aperto ancora il fuoco lasciando a terra, secondo fonti dell’opposizione, almeno 18 civili in diverse zone del Paese. Fra di loro anche un bambino di appena due anni.

Che la giornata di oggi, nella quale i siriani sono stati chiamati a votare per il rinnovo di consigli regionali, provinciali e municipali, fosse particolarmente tesa è stato chiaro fin dalla vigilia del voto viste le imponenti misure di sicurezza messe in piedi da esercito e polizia in diverse aree del Paese e l’allarme, lanciato da molti attivisti, per il timore di nuove e pesanti rappresaglie contro la popolazione.

Le violenze alla fine ci sono state secondo i Comitati di coordinamento locale dell’opposizione al regime. Soprattutto nella città di Homs dove sarebbero state uccise almeno 10 delle 18 vittime a cui fa riferimento il Centro di documentazione delle violazioni nel Paese.

Oltre che sul campo, il braccio di ferro tra opposizione e regime è proseguito sul terreno dell’affluenza alle urne, con gli attivisti impegnati a contestare duramente i numeri sbandierati a metà giornata dalle autorità siriane che facevano riferimento a un 30% di partecipazione. Il dato, secondo oppositori, sarebbe invece rimasto fermo nelle stesse ore al 10%. Difficilissimo fotografare al momento quanto sia avvenuto esattamente nel corso della giornata tanto più considerando che i seggi da attribuire, in un Paese dove l’accesso di osservatori terzi di fatto è vietato, erano oltre 17mila.

Quello che è certo è che se da un lato la tv di Stato siriana non ha mancato di mostrare immagini di lunghe file davanti ai seggi, l’opposizione, che fin nella giornata di ieri aveva lanciato una campagna di disobbedienza civile per boicottare elezioni che non considerano legittime né rappresentative della volontà del Paese, racconta una versione molto distante. Fatta di urne semi deserte e di molte persone costrette al voto sotto la minaccia di arresti e violenze.

Il tutto mentre il Paese resta in attesa di sapere cosa accadrà nella notte ad Homs, una delle roccaforti delle rivolte, allo scadere dell’ultimatum di 72 ore lanciato da Damasco alla città per cessare ogni resistenza e consegnare le armi.

Nessuno dei mezzi di informazione del regime ha confermato la validità dell’ultimatum annunciato venerdì scorso, così come non ha fatto riferimento a manovre dell’esercito in vista di un attacco nella notte. Ma secondo il colonnello Mohamed Hamdo del cosiddetto Libero esercito siriano, le forze fedeli al presidente Bashar al Assad avrebbero già scavato vere e proprie trincee intorno alla città dove, secondo gli attivisti, mancano ormai acqua e corrente elettrica. Lo stesso Consiglio nazionale siriano ha fatto sapere che “il regime si sta avviando a compiere un massacro per spegnere la rivoluzione a Homs e per disciplinare, con l’esempio, altre città siriane che hanno aderito alla rivoluzione”.

A sollevare ulteriori preoccupazioni su come potrebbe evolversi la situazione nelle prossime ore e nei prossimi giorni ci sono almeno altri due elementi. Da una parte le dichiarazioni all’agenzia AdnKronos international di Abd al-Razzaq Eid, presidente del Consiglio nazionale del Manifesto di Damasco all’estero, secondo il quale “quando si tratta di fronteggiare un potere che uccide il proprio popolo con spirito nemico e vendicativo, la lotta pacifica da sola non basta”. Motivo per cui “sarebbe ingenuo da parte del popolo non unire la lotta pacifica a quella armata per la difesa dei manifestanti inermi”. Dall’altra parte allarmano non poco i (veri o presunti) preparativi militari di Damasco in vista di un ipotetico intervento militare straniero rimbalzati sulla stampa turca negli ultimi giorni. Secondo il quotidiano Sabah, che nella sua edizione domenicale ieri è tornato sull’argomento, il governo siriano avrebbe già innescato 600 testate chimiche da una tonnellata e disposto il dislocamento di 21 lanciamissili con gittata fino a 1.300 chilometri lungo i confini con la Turchia.

di Tiziana Guerrisi