Cerchiamo di essere onesti con noi stessi. Quando abbiamo invocato il miracolo di far sparire Berlusconi, mentre eravamo umiliati, offesi, presi in giro nel mondo, non abbiamo mai detto, nella nostra invocazione, “fa che sia di sinistra chi viene dopo”. Abbiamo detto (tutti, e già l’invocazione ci sembrava enorme): “Fa che vada via Berlusconi, adesso e subito”. Gruppi diversi di noi, umiliati e offesi, si sono rivolti chi a Dio, chi alla folla di concittadini umiliati e offesi come noi, chi (pochi) alla politica. Ma dobbiamo ammettere che non abbiamo messo condizioni. Intimamente e pubblicamente (quelli di noi che avevano già perso il diritto di parlare dal dentro delle istituzioni e delle comunicazioni) ripetevano a bassa e ad alta voce “purché se ne vada”. E ne abbiamo fatto un slogan fisso persino quando ci dicevano (ogni dieci, quindici giorni) di abbassare i toni. Ora, può darsi benissimo che il nuovo oggetto comparso all’improvviso in scena, in luogo dello stralunato Bagaglino a cui siamo stati condannati per quasi due decenni sia di destra, nel senso della normale destra europea. E allora? Lo esaminiamo, lo critichiamo, lo circondiamo di obiezioni e di tutti gli strumenti della democrazia, Parlamento, sindacati, giornali, opinione pubblica. Ma tutti liberi.

La caratteristica del nuovo, rivoluzionario teatro democratico di cui siamo parte è che non ci sarà più l’incredibile scena del padrone di televisioni con scrivania propria e fogli preparati in cui deve solo ricopiare la traccia dei principali lavori pubblici che donerà al Paese. Erano i tempi del Ponte di Messina, ricordate? Era il tempo in cui si poteva mettere in scena il “contratto con gli italiani”, elogiato da tutti, nel silenzio profondo di alcuni direttori di massimi giornali italiani presenti in studio come comparse. A quel tempo il ministro di polizia sindaca-le, certo Sacconi, era riuscito a dividere i sindacati, facendone entrare due dalla porta di dietro e svergognandone uno, la famigerata Cgil, meglio nota alle questure giornalistiche come Fiom, indicata come naturale avversario da tutte le persone dabbene e – se impiegate nei media – preoccupate di proteggersi la carriera. Tutti e tre i sindacati, adesso, non sono affatto disposti a dire che va bene così e che non hanno obiezioni solo perché il governo non è più Berlusconi e non dobbiamo più sentirci spiegare la vita (con qualche schizzo di saliva sul microfono), dall’acceso statista Gasparri in tutti i telegiornali di ciascun giorno e di ciascuna sera o programma notturno. Non va affatto bene, nell’opinione di operai al lavoro, operai a zero ore e operai “messi in libertà”, e di tutti i pensionati da mille euro. E lo diranno insieme nelle piazze italiane, senza particolare delicatezza. Ma lo diranno sapendo bene, e ricordando bene, che il lungo oblio di Berlusconi, la sua costante assenza dal governare perché impegnato in vicende non sempre raccontabili fuori dai tribunali, la sua leggendaria incompetenza (imprenditore, sì, ma con certi aiutini che funzionano solo in situazioni appartate), le sue euforiche clamorose bugie, ovvero tutto il suo fanatico e celebratissimo niente, hanno reso gravissimo e quasi irreparabile ciò che si poteva (doveva) affrontare in tempo. Resta l’altra questione. Se sia scandalo un governo di destra. La risposta è ovvia. Qualcuno vede uno scandalo in Inghilterra, dove un governo conservatore, di gente che veste bene ma non porta né visione né intuizione per il futuro, non piace agli studenti, non piace a chi lavora, non piace a competenti e studiosi, ma resta legittimo e accettato governo fino alle prossime elezioni? Resta ancora un’altra domanda. È sempre e solo di destra un governo di cui non condividiamo molte idee e molte proposte? Non potrebbe essere un governo che usa subito, e nel pochissimo tempo che rimane, la sua natura tecnica per fare cose urgenti che dovevano essere fatte prima e in modo diverso, ma adesso sono brutali e impopolari perché gravate da un immenso, colpevole, rischiosissimo ritardo?

Qualcuno ricorda che il ministro delle Attività produttive Romani, passa un giorno e passa l’altro, non si è mai presentato alle Camere con uno straccio di leggina, o anche solo un appunto da condividere con i colleghi, sulla “crescita” e “lo sviluppo”, mentre gli altri leader europei aspettavano, stupiti e offesi, di là dal confine della strana, incosciente, area Italiana che continuava a restare spensierata e assente? Credo di poter dire questo. Per attaccare brutalmente e anche con insulti pesanti, che un tempo facevano parte (vedi Il Cimitero di Praga di Eco) delle classiche teorie del complotto, “il governo dei banchieri e degli speculatori”, bisogna essere stati abbandonati dalla memoria. Bisogna non sapere che prima viene Berlusconi, ovvero una accurata e minuziosa distruzione legale, istituzionale, morale del Paese, in un paesaggio già molto lontano dalla legalità. E poi c’è, per forza e con estrema urgenza, un tentativo di salvataggio che si può discutere in tutto, ma non pensando di vivere ancora nel clima di interessata malafede e di privato tornaconto in cui ci ha tenuti immersi, nel suo ventennio, l’uomo di Arcore. Non dimentichiamo che lui aveva solo due grandi riferimenti etici, Gheddafi e Putin. Qui c’è l’Europa e c’è Obama. Questa persuasione non toglie nulla alla volontà di migliorare e di cambiare, con il solo limite dell’urgenza. Ma libera dall’incubo dei passaggi oscuri e delle trame misteriose che qualcuno, a destra, ha già chiamato “giudaico massoniche”. E qualcuno, a sinistra, attribuisce a “proprietari dell’industria bellica”. Meglio proporre con urgenza ragionevoli correzioni perché ci resti un po ’ di tempo per domandarci: ma come tornerà la politica in questo paesaggio “dopo Fukushima” in cui sono impantanati i partiti che dovrebbero dare vita alla ricostruzione?

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2011