Inizio dalla realtà che conosco più da vicino, gli ospedali. Se si proseguirà con la lentezza che abbiamo oggi, la parità di accesso alla carica di primario tra uomini e donne si raggiungerà solo nel 2094. Mancano più di ottant’anni, un orizzonte che forse solo i nostri figli e le nostre figlie vedranno in tarda età.

Sono tante le difficoltà con cui le donne sono costrette a misurarsi. A Roma, ad esempio, durante questi anni di giunta Alemanno sono stati tolti i sostegni, 50 euro per bimbo, a 200 asili nido accreditati. In questo momento ci sono 8 mila famiglie che hanno chiesto di avere il proprio figlio ospitato in asilo nido e sono in lista d’attesa. Questo, evidentemente, e’ un peso inaccettabile per le donne.

E citando questo enorme problema, esco dalle mura degli ospedali ed entro nelle case di milioni di italiani.

Ecco un motivo concreto per cui il comitato Se non ora, quando? secondo me scende giustamente in piazza e deve continuare a farlo. Parliamo di welfare, di assistenza, di un fondo all’infanzia che è stato ridotto a zero euro; parliamo dell’innalzamento dell’età pensionabile per le donne che però non è stato accompagnato da un impulso ai servizi e alle tutele necessarie.

E parliamo della maternità che nel nostro Paese viene vissuta come una colpa e non come una risorsa. Altrimenti come spiegare le recenti stime fatte dalla Cgil? Solo nel 2010 sono state circa 800 mila le donne che hanno dovuto lasciare il lavoro per cause legate alla maternità. Quasi un milione di donne lancia l’allarme: in Italia coniugare maternità e vita professionale è impossibile, soprattutto per le donne giovani che vivono al Sud e hanno un basso livello di istruzione.

Ma ci possiamo permettere di perpetuare questa discriminazione, anche ora che la crisi economica ci ha colpito in pieno e gettato a terra? L’Italia ha un tasso di occupazione femminile tra i più bassi dell’Ue, il 46,3% secondo secondo la Banca d’Italia. Palazzo Koch stima che se si raggiungesse l’obiettivo europeo del 60%, il Pil potrebbe aumentare del 7%.

Si tratta quindi di una perdita da sanare al più presto. Come? Non c’è dubbio, per arrivare a un’eguaglianza di fatto tra i due sessi, la strada da seguire è quella della cultura del merito. Se si applica davvero il merito non c’è bisogno di introdurre quote che decidano per legge quante posizioni devono essere occupate dalle donne. Ma oggi in una società maschilista come quella italiana credo sia necessario introdurre ‘quote rosa’ come è avvenuto per i consigli di amministrazione.

Destiniamo il risparmio generato dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne imposto dall’Unione Europea a interventi che ci aiutino a sostenere il percorso delle donne verso la parità con gli uomini nel lavoro: sgravi fiscali, telelavoro, part-time verticale, ingressi flessibili, job sharing. E’ prioritario poi introdurre il congedo dopo il parto, diviso obbligatoriamente alla pari tra il padre e la madre.

E’ urgente inoltre programmare una reale attuazione della legge che istituì gli asili nido, che ha ormai 40 anni: è la 1044 del 1971. Secondo Cittadinanzattiva, tra il 1972 e il 1976 si sarebbero dovuti aprire 3.800 nidi pubblici. Fino al 1983 ne sono stati aperti 1.388; al 2007 ne sono stati aperti 3.184. In Finlandia, Norvegia e Svezia i nidi sono largamente finanziati. Lo Stato in Italia quanto spende? Secondo l’Istat circa lo 0,15% del Pil. I tagli agli enti locali, ricordano i sindacati, ricadono anche sull’infanzia.

C’è poi il capitolo delle dimissioni in bianco, denunciato dai sindacati. Con l’abrogazione della legge 188 del 2007 (attuata dal governo Berlusconi), si dà nei fatti la possibilità che un datore di lavoro faccia firmare alle proprie dipendenti una dimissione senza data, su un foglio da compilare in caso di gravidanza futura.

Voi cosa aggiungereste?

Per chi volesse approfondire, c’è la puntata “Senza donne” di Presa Diretta: tutti sanno che in Italia le donne contano poco, ma quanto poco?