“La Gran Bretagna sta sulle sue adesso, e ci sarà un prezzo da pagare”. Così un diplomatico europeo ha commentato a caldo la decisione di David Cameron di porre il veto alla riforma dei trattati, consumatasi al termine della lunga notte di Bruxelles (anche se sulla stessa definizione di veto l’Economist nutre legittimi dubbi).

Era dai tempi della signora Thatcher, tirata quasi per i capelli nell’allora Comunità europea, che Londra non palesava in modo così netto la propria distanza dal continente. Da allora si è costruito l’euro-tunnel sotto la Manica, un ex premier laburista ha tentato, timidamente e senza esito, di introdurre l’euro, e nonostante i molti euro-scettici, il partito liberal-democratico, il più eurofilo del Paese, è arrivato persino al governo (sì, ironicamente membro dello stesso gabinetto Cameron che la scorsa notte ha consumato la rottura con Parigi e Berlino).

Al di là della propaganda – quella francese che accusa il premier britannico del fallimento dell’accordo, quella britannica che si fa scudo delle protezione degli interessi nazionali (leggi: la Tobin Tax non può avere effetto sulla City) – al tavolo delle trattative si è consumata una sconfitta. Ma non solo per Londra. Qualsiasi ipotesi di Europa a due velocità senza il Regno Unito è un accordo al ribasso. Per popolazione, forza economica, capacità di generare ricchezza, ma soprattutto dinamismo culturale, la Gran Bretagna segue e sotto molti aspetti è alla pari di Germania e Francia. Né si capisce, d’altra parte, come gli interessi nazionali britannici possano essere ben tutelati in una realtà globale dove l’Europa intera presagisce un lento declino, a fronte di Cina, India, Brasile e altri Paesi in costante ascesa sullo scenario mondiale. Dove va Londra da sola?

Molti sono pronti a scommettere che la partita giocata a Bruxelles non è finita, e che invece sarà lunga. Primo ministro, presidente e cancelliere dovranno presto incontrarsi di nuovo per discutere e rinegoziare. Troppo facile la tentazione degli opposti nazionalismi che al “niente Europa, siamo inglesi” contrappongono lo speculare “niente Londra, siamo europei”. Peccato che così non si vada proprio da nessuna parte. Primo ministro, presidente e cancelliere, in cuor loro, lo sanno: non porre riparo sarebbe una tragedia.