“L’ippica italiana rischia il default”. E l’allarme, lanciato da Attilio D’Alesio, presidente del Coordinamento degli Ippodromi, non riguarda solo il settore ma anche le 50.000 famiglie che grazie ad esso sopravvivono. Famiglie composte da operatori, fantini, manutentori, veterinari, allevatori, ristoratori. E poi i 15.000 cavalli stessi, che potrebbero finire chissà dove, allo stato brado come al macello.

“I tagli apportati all’ippica” denuncia D’Alesio dopo un confronto con Federippodromi e Uni, le altre due associazioni che con il Coordinamento riuniscono tutte le strutture del paese “mettono a rischio allo stesso modo tutti e 43 gli ippodromi italiani, perché questo è un settore che non vive tanto delle scommesse, quanto dei finanziamenti statali. Che negli ultimi anni sono passati da 400 milioni di euro ai 235 milioni previsti per il 2012. Una riduzione del 40% che pone in discussione persino la riapertura delle attività a inizio anno”.

E che si riflette a tutti i livelli. Gli ippodromi, che fino al 2008 ricevevano circa 101 milioni di euro all’anno, oggi devono mantenere le strutture con soli 60 milioni, il monte premi in palio per i corridori è passato da 180 a 112 milioni di euro e anche tutte le altre voci di spesa, legate alla gestione dell’ente, ai controlli veterinari e antidoping, alla giustizia, all’allevamento sono state bruscamente rivedute. Tanto che per molti si sta rivelando inutile persino partecipare “perché non c’è guadagno a fronte di spese fisse importanti”.

Ma anche le scommesse, l’altro polmone che tiene vivo il settore ippico, hanno subito una grossa perdita, stimata attorno al 70% in meno negli ultimi cinque anni. Fino al 1998 le corse dei cavalli erano una delle attrattive più in voga ed era possibile scommettere giocando al lotto, al totocalcio o recandosi in ben 3 casinò. Oggi il declino è stato così imponente da far si che, se tutti i giochi disponibili in Italia producono all’anno un valore di circa 75 miliardi, l’ippica ne genera solo 1,3, appena il 2% degli incassi ludici totali.

Così Cesena, Livorno, Palermo, Sassari, Ravenna e tutti gli altri ippodromi d’Italia potrebbero non riaprire nell’anno nuovo.

Anche a Bologna si rischia la chiusura e le circa 350 persone che ci lavorano, o che svolgono attività ad esso collegate, come giardinaggio, animazione per i bambini o ristorazione, guardano al nuovo anno con molta preoccupazione. L’Arcoveggio, uno degli ippodromi storici, ha detto che la stagione che si chiude non avrà una riapertura. Non sappiamo se per sempre o o per un periodo, ma per adesso, le corse a Bologna, come ha spiegato  il presidente di HippoGroup Cesenate S. p. A., Tommaso Grassi, non ce ne saranno più.

“Non si salverà nessuno se non si interviene in fretta”, avvisa D’Alesio. I pochi fondi provenienti dallo Stato per tamponare la situazione, 150 milioni di euro annuali dal 2008 al 2011, “sono serviti per pagare i debiti e pareggiare il bilancio, ma purtroppo ce ne vorrebbero molti altri per un efficace piano di rilancio. Nel 2011 il bilancio era già modesto, ma nel 2012 i tagli si sono fatti insopportabili per tutti”.

Una situazione di “gravissima difficoltà” resa ancor più complessa dalla mancanza di decreti attuativi da parte dell’Assi, l’Agenzia per lo Sviluppo del Settore Ippico, ex Unire, ora sotto il controllo del Ministero dell’Agricoltura, che creano un vuoto istituzionale oltre che finanziario. “In questo stato di instabilità mancano le politiche per comprendere in quale direzione agire per tentare una ripresa. Per risollevare le sorti dell’ippica italiana” continua D’Alesio “è auspicabile un intervento urgente del neo Ministro Mario Catania perché si apra un tavolo già entro la fine dell’anno. Abbiamo bisogno di una riforma dell’intero settore a partire dall’ente”.

Un piano per riportare i cittadini alle corse e ridare lustro a un passatempo un po’ dimenticato, che per anni ha svolto la funzione di traino per tutto il settore delle scommesse, sostenendo di fatto il mercato ludico.

“Il Coordinamento degli Ippodromi, l’Uni e Federippodromi uniranno le forze e lanceranno un appello al Ministero, affinché si possa conferire all’Ippica una nuova immagine, rilanciare luoghi per la maggior parte pubblici che appartengono ai cittadini e salvare tanti posti di lavoro. Prima che sia troppo tardi”.