Uno degli interventi alla conferenza sul clima di Durban

“Se non riusciamo a estendere il Protocollo di Kyoto o se non ci accordiamo per adottare una tabella di marcia per un consenso che sia legalmente vincolante, ci sarà una forte rabbia verso quei Paesi percepiti come responsabili”. Parole quasi minacciose quelle dello scienziato Alden Meyer, direttore della politica e della strategia dell’Union of Concerned Scientists ed esperto internazionale delle politiche sui cambiamenti di clima, pronunciate alle 11 di stamattina alla conferenza stampa tenutasi a margine della conferenza sul clima di Durban, in Sudafrica. Che rischia di chiudersi senza nessun accordo concreto.

Oggi è l’ultimo giorno della 17esima conferenza annuale delle parti (Cop17) della Convenzione sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, che è iniziata il 28 novembre. E’ incentrata sull’implementazione del Protocollo di Kyoto, del Piano d’azione di Bali del 2007 e degli accordi raggiunti alla conferenza sul clima del 2010 a Cancun, in Messico. In base al Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005, nel periodo 2008-2012 i 37 Paesi più industrializzati al mondo e la comunità europea devono diminuire l’emissione di gas inquinanti di almeno 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990. A settembre di quest’anno, 191 Paesi avevano ratificato il protocollo. Esclusi quelli in via di sviluppo, l’India, la Cina e altri perché non considerati responsabili delle emissioni di gas serra durante il periodo di industrializzazione. Grandi assenti non firmatari gli Stati Uniti d’America.

Gli Stati Uniti a Durban erano disponibili a un nuovo trattato solo a condizione che la Cina e l’India aderissero. Preferivano che i singoli Paesi si impegnassero singolarmente e poi comunicassero agli altri le decisioni, invece di uno sforzo collettivo, concertato e soprattutto vincolante per un piano d’azione mondiale. Hanno anche giocato una carta più insidiosa, che è stato subito definita “una sentenza di morte per il pianeta”, cercando di far passare una proposta perché la comunità internazionale adotti un mandato per negoziare un nuovo trattato sul clima, andando oltre il protocollo di Kyoto, da concretizzarsi però nel 2020.

Dopo undici giorni di colloqui infruttuosi, solo ieri il negoziatore per il clima degli Stati Uniti, Todd Stern, ha dichiarato che gli Usa sosterranno un piano dell’Ue di accordo globale per ridurre le emissioni nocive che causano l’effetto serra, con obbiettivi da raggiungere entro il 2015. Anche il Canada ha annunciato accordi con i piccoli stati delle isole, che sarebbero spazzati via se il livello del mare si alzasse ancora a causa del riscaldamento globale.

Il piano dell’Europa entro il 2015 è sostenuto anche da un gruppo di 48 Paesi in via di sviluppo e 43 paesi delle isole del Pacifico. Questo sostegno, insieme a quello degli Stati Uniti, dovrebbe fare pressione sulla Cina e sull’India perché aderiscano. Se la Cina nei giorni scorsi si era dimostrata flessibile per un accordo internazionale, nei giorni scorsi l’India vi si era opposta fermamente con la motivazione di non voler ridurre la crescita economica del Paese per essere in grado di sconfiggere la povertà. Solo il pomeriggio di mercoledì 7 dicembre il ministro dell’Ambiente e delle Foreste, Jayanthi Natarajan, parlando a Durban ha dichiarato che “l’India non farà compromessi sui principi di equità e responsabilità storica, che sono il baluardo su cui devono fondarsi tutte le negoziazioni sul clima”. Segnale di via libera anche dall’India, quindi, almeno in linea teorica. Anche il Brasile, Paese emergente, ha dichiarato che c’è convergenza su un accordo europeo a Durban.

Nonostante questi chiari segni di disponibilità e le dichiarazioni di Stern su un piano delineato dall’Europa, una fonte europea ha detto che gli Stati Uniti si dichiarano favorevoli solo a patto che non porti a nulla, perché un piano d’azione legalmente vincolante deve essere discusso e approvato dal Congresso. Scettico anche il ministro degli Esteri della nazione caraibica di Grenada: “voglio vedere questo sostegno degli Stati Uniti per scritto”. L’inviato per il clima della Gran Bretagna Chris Huhne ha dichiarato che il suo paese non firmerà un accordo non basato su elementi concreti. Aspetterà fino a che ci sia un accordo credibile.

Il punto è se Cina, India e Stati Uniti accetteranno un accordo sul clima che li obblighi legalmente davanti alla comunità internazionale. C’è ancora qualche ora di tempo prima che la conferenza si concluda e a Durban stanno tutti con il fiato sospeso. Perché le prossime ore cambieranno il mondo.