“Il nostro Paese ha un patrimonio musicale sterminato. In occasione dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia bisognava editare tutto il repertorio della discoteca di Stato e le importanti ricerche sulla canzone popolare. Quelle di Lomax, Ernesto De Martino, Alessandro Portelli. Sarebbe uscita fuori la vera Italia. E invece nulla è stato fatto.” A parlare è Moni Ovadia, attore, scrittore, cantante, che in questi giorni sta presentando in teatro il suo nuovo spettacolo “Cantavamo, cantiamo, canteremo” in cui, insieme a Lucilla Galeazzi, interpreta una serie di canzoni di protesta composte in Italia, in Spagna, in Messico, tra la fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento.

Secondo lei perché in un anno così importante non è stato fatto un omaggio alla canzone popolare italiana?

Non saprei, ma ritengo che sia un’occasione persa. Poco tempo fa è stato Renzo Arbore a farmi notare questa cosa. Lui è un grande conoscitore delle canzoni di Matteo Salvatore. Arbore era stupito e amareggiato del fatto che nessuno, a livello istituzionale, avesse pensato di raccogliere il grande patrimonio culturale popolare.

Lei, invece, con il suo spettacolo ha cercato di valorizzare le canzoni di protesta che hanno fatto la storia del nostro Paese.

Sì. Ho cercato di raccogliere quelle canzoni sociali che hanno reclamato la trasformazione dei rapporti umani. Che hanno incarnato, sia nelle lotte operaie sia nelle rivoluzioni, una richiesta di cambiamento. Il sottotitolo dello spettacolo è “canzoni per uguaglianza”. Perché il pilastro fondativo della nostra società dovrebbe essere proprio l’uguaglianza. Noi sentiamo parlare sempre di libertà, anzi, starnazzare di libertà. Ma la libertà senza l’uguaglianza è una truffa.

Quali pezzi propone nel suo spettacolo?

Interpretiamo canzoni di Matteo Salvatore. Lucilla canta una versione di “Bella ciao” così coinvolgente da far venire la pelle d’oca. Poi canti anarchici e canzoni della rivoluzione messicana. C’è “Nina ti te ricordi” di Gualtiero Bertelli, la canzone della povera gente che aspirava a vivere una vita normale. Io interpreto anche “La canzone dei tessitori”, che aprì in Italia il primo sciopero di questa categoria di lavoratori, e un brano che racconta la storia della classe operaia ebraica e le condizioni di sfruttamento in cui era costretta a lavorare.

Come spiega la longevità di certe canzoni di protesta?

Perché pezzi come “Bella ciao” raccontano l’aspirazione alla libertà vera. Della gente che combatte e sacrifica la propria vita per questo. La libertà non è arbitrio, come vorrebbe Berlusconi. Non è da intendersi “io sono ricco e potente, il popolo mi ha eletto, perciò faccio quello che cazzo mi pare”. La libertà è un’altra cosa. La libertà è la radice dell’umanesimo. E non può mai andare disgiunta dalla solidarietà, dall’uguaglianza, dal riconoscimento della dignità. Altrimenti si parla della libertà dei potenti, che consiste semplicemente nella libertà di prendersi dei privilegi.

“O cara moglie”, canzone di protesta di Ivan Della Mea parla della rabbia e della frustrazione di un operaio licenziato.

Certo, ci sono canzoni che riescono a coinvolgere persone di diverse generazioni. I nostri giovani ancora le cantano perché contengono dei valori che bisogna portare avanti. Le canzoni di protesta sono state scritte per questo, per essere insieme nella lotta, per creare un progetto di cultura. Oggi, poi, la politica e molti media stanno comunicando alle persone che, siccome l’economia è in crisi, bisogna rinunciare alla giustizia sociale. Siamo ritornati allo schiavismo. Si torna a legittimare la sottrazione dei diritti, della dignità, a rinunciare all’uscita dall’alienazione perché c’è la crisi, perché le banche e gli speculatori hanno combinato un disastro.

Oggi si scrivono ancora canzoni di protesta?

Sì, se ne scrivono moltissime, ma non arrivano all’orecchio della gente. Il sistema della cultura di massa è controllato da mezzi d’informazione che le ignorano. C’è Alessio Lega, per esempio, un giovane musicista che ha ripreso la tradizione di Bertelli e Della Mea. Ci sono i Tetes de Bois di Andrea Satta. Lo stesso Caparezza fa canzoni molto interessanti dal punto di vista sociale. Come allora non arrivavano al Festival di Sanremo le canzoni di Ivan Della Mea, anche oggi c’è difficoltà a farle ascoltare al grande pubblico. Noi dobbiamo trasmettere queste canzoni per scongiurare il pericolo dell’oblio. Perché ogni generazione abbia la possibilità di ascoltarle, di trasformarle, di farle proprie. Noi dobbiamo ridar voce ai lavoratori, non a Marchionne o a quattro politici, cotti e stracotti, che sono ospiti fissi in televisione.

di Salvatore Coccoluto