Mentre, Paese per Paese, procede il lento riaggiustamento fiscale e la Bce interviene discrezionalmente per controllare la volatilità dei tassi, si discute delle riforme di lungo periodo che dovrebbero evitare il ripetersi di simili crisi. Si susseguono gli articoli che invitano la Bce ad acquistare, o dichiararsi pronta a farlo, “quantità illimitate di titoli riducendo la volatilità e riportando i rendimenti ai livelli pre-crisi” (Alesina e Giavazzi, sul Corriere del 24/11) e/o che invocano una maggiore centralizzazione, a livello europeo, dell’attività fiscale dei singoli paesi membri (Tabellini, sul Sole del 24/11). Ad alcuni paiono sufficienti le “punizioni” che Merkel e Sarkozy vanno discutendo, altri chiedono una vera unità fiscale e l’emissione degli eurobond. Queste posizioni sono comuni alla maggioranza dei commentatori sud-europei e a quelli del Financial Times.

Negli anni ‘90 ero fra i pochi che si assunsero l’onere di esser scettici sul progetto “Euro à la Maastricht”. Era un errore economico che trovava la sua ragione d’essere in ambizioni politiche francesi e nell’incapacità delle élite italiane di governare il proprio Paese. Mi iscrivo ora all’ancor più sparuta minoranza di coloro che dissentono verso questa nuova fuga in avanti, la quale vuole correggere gli sbagli del passato accelerando nella medesima direzione. Ora come allora, lo scambio che ci viene proposto non conviene: danni economico-sociali nel futuro in cambio di consenso immediato alla classe politica. Purtroppo, tale scambio avverrà. Nondimeno: dissento, per tre motivi.

Molti commentatori (per esempio: Tabellini) argomentano che le politiche fiscali e di riforma non hanno funzionato ed occorre l’espansione monetaria. Questo non è vero. Da un lato, laddove sono state adottate ed hanno fatto il loro corso (Germania, Olanda, Danimarca, altri Paesi nordici) hanno avuto un tale effetto che, paradossalmente, alcuni attribuiscono loro la crisi attuale: certi Paesi sarebbero troppo “virtuosi” e dovrebbero esserlo di meno! D’altro lato, nei Paesi oggi in difficoltà, nessuna politica di riforma è stata effettivamente adottata. Se ne è parlato molto, vero, se ne sono annunciate di ogni colore, vero, ma al momento non è successo ancora nulla. La manovra di Monti non è ancora stata approvata, mentre la crisi del debito dura da due anni! La difficile situazione in cui versa l’economia italiana non è il frutto delle politiche così (mal) dette di “austerità” che (forse) si stanno adottando ora ma, invece, del fatto che non si siano adottate 3 o 5 o 7 anni fa. Questo vale anche per Grecia, Spagna e Portogallo. Sulla base di fatti che tali non sono, si propone, quindi, di sostituire alle politiche di riforma una versione monster del quantitative easing americano: nel caso europeo potremmo arrivare a cifre tra le tre e le cinque volte superiori a quelle Usa. Forzare la monetizzazione del debito implica non solo un intervento gigantesco della Bce ma, soprattutto, rinunciare ancora una volta a qualsiasi speranza di riformare fisco, spesa pubblica e regole del gioco dell’economia italiana (spagnola, greca, portoghese …). In Italia Berlusconi governerebbe ancora se la Bce avesse acquistato debito italiano a go-go, come si richiede.

Il secondo motivo è che la logica proposta da quasi tutti i commentatori (monetizzare solo il debito dei Paesi “solventi ma illiquidi”) è sia pericolosa che impossibile da implementare. Che il debito di un Paese sia ripagabile dipende dalle politiche che adotta e dalla sua crescita futura: deciderlo richiede sempre un sostanziale ammontare di discrezionalità. Chiedere alla Bce di esercitare tale discrezionalità è sia pericoloso che inappropriato. Inappropriato, perchè in democrazia la discrezionalità politica deve pertenere agli organi elettivi. Pericoloso, perchè ogni qual volta la Bce non intervenisse “sufficientemente” sul debito di un Paese – ritenendolo insolvente o, alternativamente, non tanto illiquido – si scatenerebbe una guerra politico-diplomatica contro e dentro la Bce. Una ricetta per il disastro.

Infine: il progetto che sottosta a queste proposte è inconsiderato. Esse aprono la strada alla costruzione frettolosa di una versione squilibrata degli Stati Uniti d’Europa. La Bce dovrebbe acquistare sia debito federale che statale, mentre gli Stati preserverebbero l’autonomia fiscale ed il diritto a indebitarsi (tanto la Bce acquista); la Commissione (organismo non elettivo) dovrebbe imporre una politica fiscale comune ad un’Europa divisa in due aree internamente eterogenee: quella Euro e quella non. Se in Italia non siamo ancora riusciti a trovare una politica fiscale e di spesa che possa andar bene sia ad Enna che a Verona, cosa fa credere che la Commissione Europea potrebbe trovarne, in pochi mesi, una che vada bene sia ad Amburgo che a Cadiz?