Il 17 novembre del 2010 Antonio Iovine venne catturato mentre si nascondeva in un covo di Casal di Principe. Era il numero due nella classifica dei ricercati del clan dei Casalesi. Poco più di un anno dopo, il numero uno, Michele Zagaria, è stato preso in una villetta di Casapesenna, celato all’interno di un bunker a cui si accedeva solo attraverso un cunicolo.

Nei loro confronti erano stati spiccati mandati di cattura internazionali, gestivano una rete ormai vastissima di interessi economici e criminali, che toccava regioni del centro-nord e paesi stranieri. Eppure i due super-boss sono stati presi praticamente a casa loro. Nel cuore di Gomorra. Perché sapevano che lì, e solo lì, potevano godere di coperture e sostegno in grado di assicurare una lunga, lunghissima latitanza (quella di Zagaria è durata 16 anni).

All’indomani dell’arresto di Iovine, il capo della Procura Nazionale Antimafia Piero Grasso spiegò bene il concetto: “Uno dei precetti di mafia è: nessuno è un re se non vive nel suo territorio, a riprova della propria autorevolezza, perché si fa proteggere dall’ambiente in cui vive”. Un vero boss non si allontana mai dai suoi uomini. Altrimenti smetterebbe presto di essere tale.