apocalisseCorrottolo non è più a Palazzo Chigi eppure non siamo felici, perché? Quest’Apocalisse in minore ci lascia basiti. Un’astrusa delusione ci stringe. Dopo le feste dei primi giorni vaghiamo con un sapore amaro in bocca, un po’ come la Minetti quando usciva da Arcore.

Perché? Sarà che il presente tra recessione e tagli al welfare non è nero, ma marrone e ne siamo immersi. Sarà che se tiriamo su col naso intendiamo che il retrogusto dolcemente Bce, sbarazzinamente europeo, non è di grande aiuto. Ma non basta.

Viene in mente l’adagio latino: tota animalia sunt trista post coito, “Tutte le creature sono tristi dopo il coito”. È qui la risposta? Liberarsi di 30 euro non è mai un momento felice, ma la chiave sarebbe che la realtà è inadeguata al sogno coltivato per 17 anni? C’era un’isola nel blu dell’Oceano, al centro dell’atollo, tra datteri e banane, una galera. L’aspettava. Lui faceva la legge Gasparri e noi aggiungevamo una stanza per dell’Utri, lui speculava su l’Aquila distrutta e noi mettevamo nella cella un vaso di fiori e un mandrillo in calore. Il mandrillo era bisognoso d’amore, con tanta urgenza di prendere, ma soprattutto di dare. Soffriamo perché l’isola è ancora nel mondo delle favole con i nostri eroi di fantasia: Spiderman, il Pd che si occupa di Termine Imerese, il contratto a tempo indeterminato?

Temo dell’altro. Due verità che ci fan paura. La prima, inconfessabile, è che la parte più turpe di noi bramava un rogo, un olocausto. Si è gioito quando prese sul muso il duomo di Milano. È vero che da una parte intuimmo cos’era la funzione sociale della chiesa di cui tanto si era parlato, ma dall’altra la violenza scema coccolava la nostra parte bambina. Il paese diventava un supermarket a disposizione di bande di speculatori e il meglio che noi sapevamo fare era sognare torture cinesi perché sulla realtà non sapevamo incidere.

La seconda è che l’Italia che l’ha inventato e glorificato è ancora lì, e spetta a noi trasformarla. Questo ci terrorizza. Siam parte del problema. Sappiamo di aver bisogno di tutto il nostro coraggio e di un’infinita, delicata, pazienza. Se aggiungiamo un po’ di Viagra son le stesse virtù a cui doveva far appello la Minetti entrando ad Arcore. Essere in buona compagnia un po’ consola.

di Nicola Baldoni

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Il Misfatto, inserto satirico de Il Fatto quotidiano, domenica 4 dicembre 2011