Qualche giorno fa sul New York Times (notizia prontamente rilanciata da rockol.it), lo storico manager dei Metallica e dei Red Hot Chili Peppers, Cliff Burnstein, ha dichiarato in un’intervista che le due band californiane anticiperanno i rispettivi tour nel Vecchio continente, poiché temono “un possibile crollo dell’euro e la conseguente perdita di una consistente fetta di guadagni”.

In particolare, i Metallica anticiperanno alla prossima estate una serie di eventi programmati inizialmente per il 2013, come la partecipazione al Rock Im Park e il Rock Am Ring in Germania. I Red Hot hanno preferito dar la precedenza alle esibizioni in territorio europeo anziché al tour negli Stati Uniti. E la spiegazione che Burnstein fornisce è molto semplice e lineare: “Non sono un economista, ma ho una laurea, che in questo caso mi è servita. La cosa che devi sempre chiederti è quando sia meglio fare cosa: nei prossimi anni il dollaro si rafforzerà sull’euro e io sono intenzionato a trarre profitto da questa situazione, mandando i miei gruppi a suonare in Europa finché la valuta locale sarà più forte di quella statunitense”. Più chiaro di così? “Con le tariffe di cambio attuali, i costi in Europa sono molto più alti che negli Usa. E questa situazione sta diventando sempre meno sostenibile”. Del resto, al giorno d’oggi – afferma Burnstein – il 75% degli utili per le band arrivano proprio dall’attività dal vivo e considerando lo stile di vita dei propri clienti (case e auto lussuose, famiglie allargate da mantenere) gli impegni sui palchi diventano imprescindibili”.

La strategia delle due band è senza dubbio condivisibile: la gente non acquista più dischi e il bisogno di pecunia, nonostante i milioni di album venduti in passato, rimane immutato, soprattutto quando si ha il bisogno di lusso… Ma quel che qui si sostiene è altro: in ambito pop (inteso come genere popolare fatto da artisti e band popolari) fino a non molto tempo fa, ribolliva un’energia dinamica capace di “donare” quel promettente senso di speranza nel futuro, mentre oggi la sensazione è che vi sia un affievolimento verso la ricerca e quindi verso il progresso. Tanto più band come i Metallica e i Red Hot, che da anni propongono canzoni che sembrano vere e proprie cover di pezzi di successo del passato, in tutte le salse e con un sound pressoché identico (soprattutto i Rhcp).

Mentre l’italica rockstar Vasco Rossi, giustamente, annuncia di ritirarsi perché non più in grado di reggere performance all’altezza, vecchi leoni come Bob Dylan (lui sì, in età pensionabile, secondo i parametri dei tecnici nostrani, 70 anni) continuano a calcare i palchi del pianeta (a novembre si è esibito a Roma insieme con Mark Knopfler, 62 anni, storico leader dei Dire Straits e il costo del biglietto era tutt’altro che accessibile, nel nome di “spremi fin che puoi, tutto il possibile”), anche se più che leone adesso ricorda un felino ammansito e, più che ruggire, miagola. Senza la chitarra del grande Knopfler sarebbe ancora peggio.

Certo, è difficile rinunciare all’adrenalina di un pubblico in visibilio, ma anche agli incassi che ne derivano. Non che si voglia fare il “rottamatore delle rockstar”, ma fino a quando la nostalgia blocca la nostra capacità di guardare avanti, la cultura non può progredire.

E che dire di Paul McCartney (69) e Ringo Starr (71) che sono ancora in piena attività, così come Mick Jagger (68 anni) e Bruce Springsteen, che a 62 anni continua a esibirsi in concerti che durano non meno di tre ore con la sua E-Street Band (che comincia a perder pezzi) formata da coetanei… Insomma, andare a un concerto o entrare in un club “è come guardare History Channel” e “il rock è un pezzo da museo”. Non si fa che reinterpretare un sentimento vecchio lasciandosi possedere dai fantasmi dell’epoca che fu. Personalmente, preferisco ricordarli quando splendevano di luce propria, non illuminati dal riflesso del loro glorioso passato.

Simon Reynolds, il più illustre critico musicale vivente del pianeta secondo Rolling Stone, nel suo illuminante “Retro mania” (Isbn Edizioni, pagg. 472, 26,90 euro) sostiene che “i Duemila sono stati il decennio del riciclaggio rampante: generi d’antan rivitalizzati e rinnovati, materiale sonoro d’annata riprocessato e ricombinato. Troppo spesso sotto la pelle soda e le guance rosee delle giovani band si intravede la flaccida carne grigia delle vecchie idee”. Ecco, se poi anche i giovani, che dovrebbero suonare “nuova musica”, attingono pesantemente dal passato in maniera spudorata e intellettualoide, non c’è davvero scampo.