Plastico di una scuola verde

Nei mesi estivi a Gaza fa davvero caldo. I bambini, in aula, ascoltano il maestro mentre il sole picchia sulle finestre. Tra i banchi si boccheggia: ci sono 40 gradi. A volte di più. L’acqua per darsi una sciacquata in viso scarseggia e spesso durante il giorno viene staccata la luce. Condizioni difficili, che non facilitano l’apprendimento. Per questo un progetto italiano, firmato dall’architetto Mario Cucinella, introdurrà nei territori palestinesi un nuovo concetto di edificio scolastico ecologico. Che attraverso le tecnologie “verdi” consenta di sfruttare al meglio le scarse risorse economiche e naturali della zona. E di accogliere i ragazzini in ambienti più accoglienti e freschi. Dove l’approvvigionamento di acqua ed elettricità non sia più un problema.

Le Green School sono state presentate lunedì a Durban, in Sudafrica, durante i lavori della conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Un progetto voluto dall’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente, e finanziato dall’Islamic development bank, un istituto bancario che tra i suoi azionisti ha diversi stati di religione islamica. L’idea è di realizzare edifici autonomi sia a livello energetico che idrico. Dove l’elettricità arrivi da pannelli fotovoltaici a film sottile, mentre la raccolta dell’acqua piovana consenta di soddisfare il fabbisogno per pulizie e scarico dei bagni. Le acque grigie e nere vengono poi filtrate attraverso la fitodepurazione, un trattamento naturale che consente la loro reimmissione in circolo. Senza sprechi. Un’evoluzione a basso costo delle case off-grid, scollegate cioè da tutte le reti, che lo studio Mario Cucinella Architects ha presentato due anni fa alla Fiera campionaria di Milano. “Carenza d’acqua e elevato costo dell’energia sono problemi sempre più urgenti nei Territori palestinesi – spiega Cucinella -. Nella Striscia di Gaza ogni persona ha a disposizione meno di 40 litri d’acqua al giorno, quantità che nei Paesi occidentali arriva a 600 litri. E le abitazioni rimangono senza elettricità per 40-60 ore alla settimana”. Da qui la volontà di costruire scuole che siano autosufficienti da questo punto di vista, grazie all’unione delle nuove tecnologie e della conoscenza millenaria delle tecniche usate nell’edilizia dove le condizioni ambientali sono poco ospitali.

“C’è una relazione stretta tra l’apprendimento di un bambino e la qualità del luogo in cui studia”, continua l’architetto. Nelle Green School gli alunni potranno seguire le lezioni in ambienti freschi. Dove la temperatura dell’aria è abbassata senza consumo di energia. Perché per ottenere 10-15 gradi in meno nelle aule non verrà utilizzata alcuna macchina. Ma un sistema di ventilazione naturale e un vespaio areato sotterraneo, dove l’aria è a una temperatura costante e, d’estate, inferiore a quella esterna.

Una scuola è già stata finanziata e i lavori inizieranno nel 2012. “L’ambizione – dice Cucinella – è di costruirne almeno cinque nei prossimi anni”. E di superare i confini della Striscia di Gaza, per accogliere i bambini palestinesi della Cisgiordania e dei campi profughi di Giordania, Libano e Siria. Territori difficili, dove si cercherà di introdurre il concetto di sostenibilità. Che spesso viene accolto a fatica in Paesi ben più sviluppati. Non si rischia uno spreco di denaro, che potrebbe essere utilizzato altrimenti? “Questa tipologia progettuale – risponde l’architetto – non incide molto sul budget, perché porta a un incremento dei costi di costruzione non superiore al 10-15 per cento. Mentre incide molto sulla qualità della vita: i bambini potranno andare a scuola anche quando manca l’elettricità e non avranno più problemi a lavarsi le mani”. A medio termine, poi, non mancheranno i risparmi. “L’acqua, importata da Israele, è piuttosto cara – conclude Cucinella -. Se una scuola oggi spende 7mila dollari all’anno per acquistarla, potrà ridurre questa spesa fino a mille dollari. Con la raccolta dell’acqua piovana e il recupero degli scarichi, infatti, sarà necessario comprare solo l’acqua da bere”.