Il caso Bari spacca la Prima commissione del Csm. Ieri sono state votate due relazioni che arrivano alla stessa conclusione (l’archiviazione), ma con motivazioni ben diverse, per il procuratore Antonio Laudati, accusato dall’ ex pm Pino Scelsi di avere ostacolato la sua indagine su Tarantini e le escort procurate a Berlusconi.

Il documento di maggioranza, relatore il laico del Pd, Guido Calvi, è più clemente nei confronti del magistrato, mentre è decisamente critico quello votato dal relatore di minoranza, Paolo Carfì e da Vittorio Borraccetti. Entrambi sono di Area, la corrente di sinistra della magistratura. Secondo la relazione Calvi, “da quanto accertato si può tranquillamente pervenire alla conclusione che la pratica debba essere archiviata…”. Invece, secondo la relazione Carfì, Laudati sarebbe andato “ ben al di là dei delle sue prerogative e dei suoi poteri, delegando alla polizia giudiziaria del tutto impropri e non consentiti compiti di controllo dell’attività quanto meno di due sostituti (Scelsi e Desirè Digeronimo, ndr). Inevitabile, però, l’archiviazione: il trasferimento per incompatibilità ambientale è possibile solo per comportamenti “incolpevoli”. Non è il caso di Laudati, indagato a Lecce, anche per favoreggiamento.

Dopo aver sentito in questi mesi magistrati e finanzieri di Bari, ieri la Prima commissione si è spaccata non tanto sul presunto rallentamento dell’indagine sulle escort (anche la relazione di minoranza scrive che non ci può essere una conclusione univoca in tal senso, nonostante sottolinei rapporti non trasparenti tra Laudati e l’avvocato di Tarantini, Quaranta), quanto sul gruppo della Gdf alle dipendenze del procuratore e sulla riunione del 26 giugno 2009 voluta da Laudati quando ancora non si era insediato a Bari. La relazione Calvi, come Laudati, ritiene che, in base a delle norme, i finanzieri potevano rispondere direttamente a lui. Opposta, sempre in base a interpretazioni di leggi, la conclusione della relazione Carfì. Per la maggioranza della Commissione è regolare anche l’attività della Gdf, nonostante, come rivelato dal Fatto, abbia condotto una sorta di dossieraggio su magistrati: “La natura del Gruppo appare esente da illegittimità”.

Dunque l’operato di Laudati è salvo. La relazione non nega, però, qualche eccesso, ma solo della Gdf: “Alcuni dubbi permangono sulla relazione del maggiore Sportelli (la nota gennaio 2011 ordinata da Laudati, ndr). Si riportavano circostanze tendenti a screditare” Scelsi e Digeronimo. Più esplicita la relazione di minoranza: quel rapporto della Gdf è tutto tranne che una “relazione riassuntiva” di lavoro, come ha sostenuto Laudati. Al contrario, “l’annotazione si limita esclusivamente a sottoporre a critica le scelte investigative”, soprattutto di Scelsi e si mette in dubbio “la stessa correttezza professionale”.

Quanto alla nota di servizio del colonnello della Gdf, Salvatore Paglino, del luglio 2009, in merito alla riunione convocata da Laudati a Bari sull’inchiesta escort, la relazione Calvi ne fa carta straccia: “Non è stato trovato il documento originale”, quindi non c’è prova che sia stato protocollato. Invece la prova c’è, scrive Carfì: la nota è firmata non solo da Paglino ma anche dagli “addetti all’ ufficio protocollo” della Gdf. Inoltre, il pm Eugenia Pontassuglia e alcuni finanzieri hanno confermato l’esistenza di quella relazione, scritta in tempi non sospetti e che sembra documentare l’interferenza di Laudati nell’indagine Tarantini. La stessa riunione rivelata da Scelsi due anni dopo.

Ma al plenum del Csm arriverà per il voto decisivo la relazione approvata oltre che da Calvi, dal presidente Zanon (Pdl) e dai togati Fuzio (Unicost) e Corder (indipendente). Una relazione che sul comportamento di Laudati demanda tutto all’inchiesta penale a Lecce e all’accertamento “predisciplinare” in Cassazione. Un po’ comodo per un Consiglio che si è insediato nel pieno della questione morale nella magistratura.