Dettaglio del complesso dei Bronzi di Cartaceto

di Donata Levi – redazione Patrimonio SOS

Non è ancora finita la “saga” degli splendidi bronzi di Cartoceto, contesi fra Ancona e Pergola, luogo del ritrovamento, e dal 2002 affidati al museo appositamente allestito nel piccolo comune marchigiano. Pochi giorni fa il Consiglio di Stato ha ripristinato la convenzione del 27 luglio del 2001, sottoscritta da enti locali e soprintendenze interessate, che prevedeva il pendolarismo dei bronzi: avrebbero dovuto svernare a Pergola, nell’entroterra marchigiano, e trascorrere le vacanze estive sulla costa, ad Ancona. Ora si parla di riavviare le “trattative”.

Di contese sulla destinazione di reperti archeologici o di opere d’arte sono piene le storie, come illustra un bel libro di Simona Troilo di qualche anno fa. Specialmente nella seconda metà dell’Ottocento, nella delicata fase di creazione di un’identità nazionale che doveva comunque fare i conti con le rivendicazioni dettate dall’orgoglio civico, numerosi al riguardo furono i conflitti fra municipi e capoluoghi di provincia, fra centro e periferia, variamente risolti privilegiando ora esigenze di una miglior conservazione e valorizzazione, ora la necessità di non recidere il legame fra opera e territorio. Si arrivò addirittura ad “amichevoli riparti”, come accadde nel 1866 fra Pesaro e Urbino. “Riparti” ovviamente molto discutibili, come – sia detto per inciso – quello che anche al giorno d’oggi sta interessando i Giganti di Mont’e Prama, che si vogliono smistare tra il museo civico di Cabras e quello archeologico di Cagliari. Almeno, però, si tratta di “riparti” stabili, non stagionali o periodici, come quello previsto per il complesso di Cartoceto.

Tenuto per fermo, a scanso di equivoci, che tale complesso (ovviamente) non va smembrato, è necessario assicurare ai delicati bronzi una qualsivoglia stanzialità. E per stanzialità si intende non solo il rifiuto di uno sciagurato pendolarismo, ma anche di viaggi più impegnativi, come quello che li ha visti in tournée da Artimino a Siviglia, e di qui a Bruxelles ed a Vienna tra il 1995 ed il 1996, o quello transoceanico a Montreal nel 2007.

In questo caso i bronzi furono scomodati per diventare “ambasciatori della comunità marchigiana in Canada”, comunità che – a detta di qualche suo rappresentante – si sentiva “orgogliosa” per la “scelta caduta su uno dei beni archeologici più preziosi per il territorio”. Disse allora il presidente della Regione che il gruppo rappresentava “la straordinaria metafora di un popolo che fino a trent’anni fa traversava l’oceano per trovare nuovi orizzonti e nuove speranze ed oggi ritorna su quei passi con la fierezza e l’orgoglio di ciò che ha saputo costruire e rappresentare”. Invece di cercare metafore straordinarie, sarà il caso di tornare alla meno alata retorica di coloro che, sentendosi depositari di una memoria profondamente radicata nel luogo, nell’800 si opponevano a veder trasferita altrove parte del loro patrimonio culturale e chiedevano fieramente di poter “tener care le poche reliquie di una gloriosa antichità”.