Si fa un gran parlare dello stato di salute della democrazia, soprattutto in Italia e negli altri Paesi dove i governi sono caduti a causa della crisi. La stampa anglosassone si sbizzarrisce nell’uso dell’aggettivo tecnocratico non senza caricarlo di disprezzo.

La democrazia è morta? O malata grave? Sta guarendo o si sta spegnendo?

Nella caduta dei governi falciati dalla crisi io non vedo nulla di antidemocratico. Uno viene eletto, poi arriva la crisi e se non la gestisce bene perde la fiducia. Mi pare la quintessenza della democrazia, e allo stesso tempo il segno di uno dei suoi difetti congeniti: gli elettori non possono “punire” gli eletti se non per le cose che hanno fatto (o non fatto) pochi anni o mesi prima. I veri disastri, come far gonfiare negli anni ’80 un debito pubblico a dismisura, non possono essere ‘puniti’ col voto perché gli effetti non si vedranno per decenni. Coerentemente, ma solo in parte, sarà punito colui che non ha saputo evitare che quel debito, non tenuto a bada, trascinasse il Paese sull’orlo della bancarotta – per esempio garantendo la credibilità del Paese come debitore che rispetta i patti.

Il disprezzo del governo “tecnico” o “tecnocratico” invece mi sorprende. O meglio, mi sorprende la fede cieca nel governo “politico” e alcuni falsi assiomi su cui questa si basa.

Sobbalzo alle affermazioni del tipo “questo governo è stato eletto dal popolo e ogni altro governo è un colpo di Stato. O bella, stando all’estero mi ero perso il cambiamento della Costituzione. Pensavo che il popolo sovrano eleggesse un Parlamento, e che questo poi votasse la fiducia a un governo nominato (non eletto) secondo le procedure note (il Capo dello Stato consulta, dà il mandato a un possibile primo ministro eccetera eccetera). Pensavo quindi che, finché il Parlamento è lì, non c’è nulla di strano nello sfiduciare un governo e farne un altro. Dovrebbe essere l’eccezione, ma può succedere.

Ogni tanto poi succede che il governo deve prendere delle misure impopolari e urgenti, ma non ce la fa (non ha la fiducia del Parlamento) o non vuole (per paura di perdere il consenso). Allora si nominano dei ‘tecnici’, vale a dire degli esperti delle materie di cui sono responsabili durante il loro mandato (il che implica che i governi ‘normali’ sono in qualche modo composti di incompetenti; strano, no?)

Le caratteristiche principali dei ‘tecnici’ sono, a mio modo di vedere, due:

  • Sono nominati in base ai loro curricula, come dei funzionari. Insomma, meritocrazia al più alto livello di comando;
  • Non hanno il problema di essere eletti (hanno dei mestieri ‘normali’ cui tornare a fine mandato) e quindi non devono cercare consenso a tutti i costi.

A ben vedere, un governo tecnico non è poi così male!

Il controllo democratico resta nelle mani del Parlamento eletto, che in ogni istante può “staccare la spina” (e questo è proprio il principale fattore di debolezza del governo Monti; staremo a vedere).

Non sarà allora che, nell’Italia del 2011, sono i governi “normali” ad avere un problema?

Non sarà che abbiamo applicato al governo della nazione il principio commerciale ‘il cliente ha sempre ragione’? E che, quindi, anziché leader eleggiamo follower, incapaci di generare e mantenere consenso se non parlando alla pancia della gente e seguendo il vento dei sondaggi?

Ancora, non sarà che, dietro la cortina fumogena dello scontro tra politica e magistratura, è il potere esecutivo che ha esautorato quello legislativo, svuotandolo di significato e dignità e togliendo al popolo sovrano il suo principale strumento per esercitare la sovranità?

Speriamo di no. Perché, se così fosse, non si vede quale governo, tecnico o no, sarebbe in grado di governarci.

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