Davanti a certi provvedimenti della manovra, si manifesta un malessere che merita una risposta. Prima però di qualsiasi altra considerazione, dobbiamo avere chiaro un punto: la gravità della situazione finanziaria del nostro Paese e il rischio assai concreto che le conseguenze possano essere disastrose per milioni di cittadini. Quella parola che abbiamo imparato a conoscere e a temere nelle scorse settimane – spread – non esprime un concetto astratto, ma rappresenta il livello di rischio che un investitore, privato o istituzionale, sa di affrontare quando acquista titoli del debito pubblico italiano rispetto a quello tedesco. L’impennarsi dello spread è stato il segno dell’affanno crescente dell’Italia a finanziare il suo debito, cioè dello Stato a trovare le risorse, in quanto la fiducia nel nostro sistema Paese è debole. Lo spettro del fallimento prende corpo quando l’insolvenza da rischio si trasforma in certezza. Da qui in poi, è una strada in discesa verso l’impoverimento dell’intero Paese, con i drammi sociali che si possono immaginare guardando all’esperienza di altri.

Per evitare il fallimento dello Stato italiano, dopo anni di opposizione dura e solo dopo che Berlusconi si è dimesso, il Partito democratico si è assunto la responsabilità di sostenere un governo tecnico che fronteggiasse l’emergenza, assieme a quasi tutti gli altri partiti presenti in Parlamento. Siamo convinti che aver affidato a Mario Monti la guida di questo governo tecnico sia stata una scelta saggia.

Detto ciò, e chiarito ancora una volta che questo governo deve varare una manovra che deve essere approvata non solo con i voti nostri ma anche con quelli del Pdl, i contenuti di alcune misure lasciano l’amaro in bocca. Non possiamo infatti restare indifferenti a quanti, titolari di pensioni certo non ricche, saranno esclusi dall’indicizzazione, né pensare che chi ha rimpatriato capitali frutto di evasione fiscale se la cavi con percentuali irrisorie, tantomeno è giusto che ci sia una franchigia così bassa sulla prima casa. Lo stesso per i lavoratori precoci e per il tetto alla tracciabilità. Insomma, ci sono elementi che sbilanciano la manovra e sui quali penso sia necessario intervenire.

Ci sono però anche altre cose su cui riflettere. Per esempio bisogna pensare, e magari metterci un provvedimento ad hoc quando si vareranno le misure per il lavoro, a quanti sono rimasti disoccupati a pochi anni dalla pensione e rischiano di veder sfumare anni di contributi. Oppure al doloroso e davvero iniquo capitolo dei contributi silenti versati da parasubordinati, atipici e professionisti non ordinistici: che rispondere loro quando ci dicono di essere stufi di contribuire all’erogazione di baby-pensioni? Stiamo creando uno squilibrio sociale, una vera e propria ingiustizia, almeno pari a quelle che ora ci sembrano insostenibili.

Tra coloro che hanno rilevato il peso della manovra per famiglie e lavoratori c’è stata la Cei, assieme ad organizzazioni come il Movimento cristiano lavoratori e le Acli. L’attenzione al sociale della Chiesa e del mondo cattolico è una delle risorse di coesione del nostro Paese, e quando arrivano segnali così precisi da quel mondo bisogna pensare che ci sono buone ragioni. Eppure, tra gli altri segnali, in molti si sarebbero aspettati che dalle gerarchie giungesse anche un altro segnale, questa volta di solidarietà. Diventa infatti sempre più difficile comprendere le ragioni per cui attività commerciali vere e proprie (non certo quelle benefiche!) esercitate da ordini religiosi possano essere esentate dal pagamento dell’Ici, una volta che l’imposta sia reintrodotta. Sono lieta che di questa opinione sia anche di una deputata del Pdl con cui mi sono confrontata più volte, Nunzia De Girolamo, perché se riusciamo a condividere alcuni elementi basilari di solidarietà, forse la strada sarà meno in salita.