Si andrà in pensione più tardi, questo l’hanno capito anche i bambini. Si taglierà con l’accetta un diritto acquisito rompendo il patto legislativo (se vuoi cambiare una norma, basta approvarne una differente) tra produttori di ricchezza e gestori di ricchezza perché lo chiede l’Europa. Inciso: perché l’Europa non lo ha chiesto a Berlusconi, a gran voce, quando ha visto che nel 2009 la percentuale del debito pubblico sul Pil passava dal 105,8 al 115,5 percento?

Ora, in via di principio si potrebbe anche accettare il peso del sacrificio, persino quello del primo passo. Ma è inaccettabile che il sacrificio dei più deboli, perché meno rappresentati nei centri di potere, sia anche l’unico. Perché in contemporanea non si tagliano le pensioni d’oro (Dini, 17.000 euro netti al mese; Prodi, 15.000; Ciampi, non ne parliamo)? La giustificazione che sono un diritto acquisito non regge più. Se Monti vuole cambiare la norma, firmi subito un decreto che abolisce tutti i bonus, i superbonus e gli extrabonus di chiunque, cominciando dall’alto, da chi più guadagna (e ha guadagnato, e quindi accumulato).

A dire il vero potrebbe cominciare dalla pensione di Bruno Vespa medesimo: Vespa ha 67 anni, secondo voi la prende? Ebbene, sì. Quanto riceve dall’Inpgi, la previdenza dei giornalisti, mentre incassa oltre un milione di euro l’anno come “esterno” Rai? A che età è andato in pensione?

Vespa offre lo spunto per allargare il ragionamento, in termini “liberisti”.

Partiamo proprio dai giornalisti.

Come è noto, difficilmente una riforma-mannaia potrebbe passare senza il conforto della buona stampa. E infatti, così è. La stragrande maggioranza dei media se proprio non è favorevole, quantomeno non mostra contrarietà. Eppure, i giornalisti dovrebbero essere i primi a fiutare l’inganno che si cela dietro l’equazione non-euclidea “la vita si allunga ergo allunghiamo la vita lavorativa”.

E sapete perché? Per la semplice ragione che, nei passati tre anni, quasi tutti i gruppi editoriali italiani hanno dichiarato lo stato di crisi e chiesto di applicare  una delle conseguenti misure previste: il pre-pensionamento.

Ah, ecco abbiamo detto la parola… pre-pensionamento, ovvero pensionamento anticipato rispetto a ciò che prevede la legge.

L’età pensionabile è 65 anni per gli uomini? Se fai lo stato di crisi (stiamo parlando di editoria, per ora), ti consentono di mettere a riposo i tuoi dipendenti anche a 62, 61, 60, 59…cioè prima del tempo. In questo modo, considerando che la crisi è stata utilizzata anche da gruppi editoriali che non hanno mai avuto i bilanci in rosso, gli editori si sono liberati di forza lavoro considerata ormai un po’ usurata e molto costosa.

La domanda allora è: non sarà che tutti gli imprenditori sono come gli editori e tendono a considerare usurate e troppo costose le maestranze oltre una certa soglia di età? Non so quale sia la vostra, ma la mia risposta è sì, non vedo intorno aziende che considerino la forza lavoro agée come un’eccellenza. Al contrario. Perciò, lì sul plastico di Vespa, ci vorrebbe qualcuno che facesse due calcoli sulla massa di lavoratori potenzialmente in esubero via via che la forza occupata invecchia. E resta disoccupata in attesa della pensione ormai riformulata a 67 anni. Gli anni di Vespa.

E’ un calcolo che si può tentare, anzi si deve tentare, proiettando i dati che dicevamo (ricorsi alla cassa integrazione, allo stato di crisi, etc) nel prossimo futuro. Perché nessun luminare dell’economia ci prova?

Non piace a nessuno un paese dove i giovani e le donne sono precari o  inoccupati, la popolazione matura è disoccupata e gli unici incollati alla sedia fino a 70-75-80 sono gli amministratori delegati, i banchieri, i professori universitari, gli avvocati, i primari ospedalieri, i presidenti di questo e quell’ente inutile, e anche i politici (ma non solo) remunerati come i visir dell’impero ottomano. Non piace neanche all’Europa.