In perfetta sintonia cromatica con le sue ospiti (blusa turchese al mattino come Khin Khin Win, moglie del presidente Thein Sein, giacca bianca la sera alla cena con la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi che ne indossava una molto simile) il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha iniziato, giovedì scorso, una storica visita in Myanmar. E’ infatti dagli anni di Dwight D. Eisenhower, dal lontano 1955, che un segretario di Stato Usa non si reca nell’ex colonia inglese, l’allora Birmania. Una visita non facile, in un paese che da pochi mesi ha deciso di voltare pagina, e che può prestarsi a strumentalizzazioni da parte dei suoi governanti.

Hillary Clinton ha sintetizzato così gli obiettivi del suo viaggio: un’apertura di credito per verificare le misure prese in favore del popolo birmano. L’ex generale Thein Sein, attuale presidente, ha definito l’incontro con Hillary “un nuovo capitolo nella relazione fra i nostri due paesi”.

Per il momento la Casa Bianca non toglierà le sanzioni economiche, decisione che spetta al Congresso, ma potrebbe presto nominare un ambasciatore americano in Myanmar. Un aiuto allo sviluppo – 1,2 milioni di dollari – sarà concesso alla nazione, pur ricca di materie prime, ma il governo dovrà impegnarsi in un vero processo di democratizzazione. Che implica in primo luogo la fine dei conflitti con le minoranze etniche come i Karen (al confine con la Thailandia, rappresentano l’11 per cento della popolazione) e la libertà per gli oltre 2 mila prigionieri politici. Le elezioni del 7 novembre 2010 hanno decretato sì la fine della lunga dittatura militare, ma agli occhi di molti birmani la giunta civile/militare – al potere dal 30 marzo scorso – non rappresenta una grande discontinuità rispetto al passato, specie per quanto riguarda diritti civili e libertà di stampa.

Negli ultimi mesi tuttavia alcuni passi in avanti sono stati fatti: per la prima volta, il 6 settembre, è stata istituita una Commissione nazionale sui diritti dell’uomo e il 12 ottobre sono stati rilasciati 200 prigionieri politici, fra cui il popolare attore Maung Thura noto come Zarganar.

Il 14 ottobre è entrata in vigore una legge che permette la costituzione dei sindacati e il diritto allo sciopero, il 24 novembre è stata concessa la possibilità di manifestare pacificamente – a patto d’informare le autorità con almeno cinque giorni di anticipo e di tenersi a distanza dalle sedi governative. La misura più significativa è stato però lo stop al progetto dell’enorme diga Myit Sone – con i suoi 152 metri sarebbe diventata la più alta del mondo – nel nord del paese al confine con la Cina. Il progetto, che avrebbe sfruttato le acque del fiume Irrawaddy, è cinese come pure la società che avrebbe dovuto costruirla, e alla Cina sarebbe andata il 90 per cento dell’energia prodotta. La diga avrebbe sommerso 63 villaggi e causato l’allontanamento forzato di 12 mila persone: contro di essa, in difesa delle popolazioni, si era schierata Aung San Suu Kyi, la “Lady” per 51 milioni di birmani. Tornata sulla scena pubblica in estate dopo essere tornata libera nel novembre 2010, San Suu Kyi, 66 anni, ha incontrato il presidente Thein Sein il 20 agosto nella nuova capitale NayPydaw. Il suo partito, Lega nazionale per la democrazia aveva boicottato per protesta le elezioni del 2010, ma si presenterà alle prossime che dovranno eleggere 48 seggi fra Camera e Senato.

Ora il Myanmar ha bisogno del volto della Lady (la vedremo prossimamente al cinema, interpretata da Michelle Yeoh in un film di Luc Besson) e del suo appoggio per tentare nuove vie e soprattutto porre fine alle sanzioni economiche che mortificano il paese. In molti, fra i seguaci del premio Nobel 1991 per la pace temono l’uso strumentale della loro leader, reclusa ai domiciliari per 15 anni e ora “corteggiata” dalle autorità di stato. Per tanti anni abbiamo visto San Suu Kyi, solo da lontano, dietro le sbarre della villa sul lago in cui era prigioniera. L’abbraccio ieri con Hillary Clinton ne ha liberato l’immagine e segnato un punto di svolta importante.