Il tributarista Gianni Lapis

Nonostante una condanna definitiva per intestazione fittizia di beni e un’indagine per corruzione, il tributarista palermitano Gianni Lapis avrebbe continuato a gestire affari poco chiari. E’ quanto emerge dalla maxi operazione del nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, che questa mattina ha sgominato una vasta rete criminale che riciclava decine di milioni di dollari americani considerati di provenienza illecita. Addirittura frutto di “tangenti della prima repubblica”.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo Antonio Ingroia e dai sostituti Lia Sava e Dario Scaletta, ha svelato una presunta associazione criminale specializzata nel riciclaggio di valuta estera. A capo dell’organizzazione ci sarebbe stato proprio Lapis: l’ex prestanome della famiglia Ciancimino, arrestato proprio questa mattina dagli ufficiali della guardia di finanza, è indicato dagli inquirenti come la vera e propria “mente del gruppo criminale” , composto tra altro da elementi insospettabili.

Il provvedimento d’arresto del gip Lorenzo Jannelli riguarda infatti anche cinque presunti complici di Lapis, finiti in manette: Francesco Terranova, Salvatore Amormino, Nino Zangari, Giovanni Lizza e Angelo Giudetti. “Colletti bianchi” che gestivano le operazioni dell’associazione criminale in varie parti d’Italia. Nonostante la sede principale dell’organizzazione fosse a Palermo, nello studio del tributarista in via Libertà, la maggior parte delle operazioni di riciclaggio si sarebbe svolta in alcuni hotel romani. E’ proprio in uno di questi un agente della Guardia di finanza, infiltrato tra gl’intermediari di valuta, sarebbe riuscito ad incastrare il gruppo di Lapis. All’infiltrato delle Fiamme gialle Lapis e soci avevano proposto uno scambio: sessanta milioni di dollari americani in cambio di 45 milioni di euro, somma dalla quale avrebbero sottratto il 15 per cento, come provvigione per l’intermediazione illecita.

Il denaro – avrebbero spiegato i riciclatori all’agente infiltrato – proveniva da alcune tangenti destinate a politici della prima repubblica. L’agente sotto copertura ha finto di portare avanti la trattativa per parecchie settimane, incontrando più volte gli indagati in alberghi romani e istituti di credito. Nel frattempo gli agenti speciali della Guardia di Finanza registravano gl’incontri del gruppo criminale grazie a intercettazioni ambientali e telefoniche. Stamattina è scattato il blitz.

Lapis e soci sono accusati di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. Dalle indagini emergerebbe che oltre ai 60 milioni di dollari, il gruppo criminale avrebbe nelle sue disponibilità ulteriori quantitativi di valuta estera. Durante le trattative con l’agente infiltrato, il gruppo si sarebbe rivolto anche ad altri soggetti che avevano esigenze complementari alle loro: ovvero grandi capitali in euro da scambiare con valuta straniera. Il tutto sempre con lo sconto del 15 per cento, in maniera da eludere il sistema della tracciabilità, aggirando il circuito bancario e consentendo quindi l’immissione nel mercato del denaro “pulito” di capitali di provenienza illecita.

L’indagine è ancora in corso con perquisizioni a Roma, Palermo, Taranto, Catania, L’Aquila e Benevento. Ci sarebbero poi altri nove insospettabili “colletti bianchi” indagati, tuttora a piede libero.

Lapis era stato condannato dalla Corte di Cassazione il 5 ottobre scorso a due anni e 8 mesi per intestazione fittizia di beni, nel processo sul tesoro di Massimo Ciancimino. Il tributarista, che era stato sospeso dall’insegnamento universitario proprio dopo la condanna definitiva, è indagato dalla procura di Palermo anche per corruzione. Avrebbe infatti consegnato tangenti per centinaia di migliaia di euro ad alcuni esponenti politici come l’ex ministro Saverio Romano e il senatore Carlo Vizzini nell’ambito degli affari della Gas spa, la società che gestiva in nome e per conto della famiglia Ciancimino.