L’arresto del giudice Vincenzo Giglio è una di quelle notizie che può suscitare sgomento e senso di impotenza.

Facile pensare in negativo: se anche i magistrati sono corrotti, che fine farà questo Paese? Potremo mai uscire da questa eterna crisi morale, che sempre più spesso sfocia in gravi reati, commessi anche da parte degli uomini delle istituzioni, addirittura chi dovrebbe assicurare la Giustizia?

È vero. È un fatto che, se verrà definitivamente accertato (vige sempre la presunzione di innocenza), è obiettivamente grave. Ma c’è anche una possibile diversa chiave di lettura di questa notizia. Una lettura positiva: questa vicenda dimostra che la magistratura ordinaria ha gli anticorpi per fare pulizia al proprio interno. La nostra è una magistratura in massima parte sana, che ha la forza e la possibilità di scartare le mele marce, che pure certamente esistono.

Del resto, l’Italia è (stata) la culla delle mafie ed è purtroppo nota per questo in tutto il mondo. E si tratta di una tipologia di criminalità in grado di eliminare testimoni scomodi, sciogliere bambini negli acidi, controllare interi settori economici, in primis quello dei ricchissimi appalti pubblici, sostituirsi sostanzialmente allo Stato nei territori più difficili. Sarebbe quindi inverosimile pensare che nelle varie magistrature (civile, penale, amministrativa, contabile) non vi siano tentativi di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata e da parte di quegli organismi di confine tra criminalità e istituzioni (come la massoneria deviata e i servizi segreti deviati). E allora non si può fare altro che vigilare, stare attenti a cogliere spunti investigativi che, come in questo caso, possono rivelare questo tipo di situazioni.

Per questo sono personalmente molto più diffidente – stante la obiettiva realtà del Paese – verso quelle istituzioni che si auto-descrivono come macchine perfette, senza macchia e senza peccato, ma che, in realtà, non hanno semplicemente il coraggio di guardare a fondo dentro se stesse. Sono da poco rientrato nella magistratura ordinaria, come giudice civile nel tribunale di Tivoli, ma negli ultimi otto anni ho lavorato come giudice amministrativo nei Tar del nord, centro e sud Italia, dove ho potuto vedere quanto le lusinghe del denaro possano essere ammalianti per un magistrato e come potrebbe essere facile, per un avvocato senza scrupoli, indurre in tentazione magistrati che decidono ogni giorno cause di milioni e milioni di euro. È umano, anche se criminale. E allora si deve vigilare ancor più, specie dove si decidono cause in cui sono in gioco fiumi di denaro, che è il vero interesse della criminalità.

Concludendo, per quanto possa sembrare assurdo, l’inchiesta della collega Boccassini sulle infiltrazioni istituzionali della ‘ndrangheta che sembrano coinvolgere anche dei magistrati (tanto da aver provocato un arresto) è sostanzialmente una notizia positiva per la magistratura. Resta solo un’ultima considerazione: anche questa inchiesta porta la firma della Procura di Milano, un ufficio che da sempre si distingue – più di ogni altro – per laboriosità ed efficienza. Milano, sempre (e solo) Milano.