Calcio in crisi per via del poco denaro che circola nelle categorie meno esposte al sole? La soluzione non può e non deve arrivare da iniziative commerciali “collaterali” come quella posta in essere qualche mese fa dalla Spal, gloriosa società del pallone che fu con sede a Ferrara, che ha pensato bene di fare quattrini grazie all’energia prodotta da un impianto fotovoltaico. Lo dice la disciplinare della Federcalcio, che ha presentato ieri alla dirigenza del club emiliano una sanzione pari a 15 mila euro per non aver rispettato la normativa vigente. In più, tanto per gradire, la multa prevede 4 mesi di inibizione per il presidente del sodalizio Cesare Butelli e per un suo stretto collaboratore.

Le regole del calcio italiano parlano chiaro. La legge 91 del 1981 impone alle società di svolgere esclusivamente attività sportive e attività ad esse connesse, escludendo ogni altra iniziativa economica. Dunque, niente impianto fotovoltaico. La Disciplinare però riconosce i limiti della sentenza e quasi chiede scusa per aver dovuto richiamare all’ordine la Spal. La commissione Figc che ha detto la sua sul caso in questione spiega infatti che la norma “può sembrare obsoleta, ma è comunque tuttora vigente e finché non sarà modificata deve essere necessariamente rispettata”. Come dire, probabilmente avete ragione, ma la legge non ci permette di fare diversamente. Almeno, per ora.

La Spal non ha gradito. E per mezzo del suo direttore generale Bortolo Pozzi fa sapere al ilfattoquotidiano.it che la battaglia è appena iniziata. “E’ una decisione che non condividiamo assolutamente. Che sancisce una situazione che ha dell’assurdo. Le normative oggi in vigore sono obsolete, sono state fatte 30 anni fa in una società e in un’economia che non ha nulla a che spartire con il contesto attuale. In questo momento di grande crisi, c’è una società che ha la possibilità di gestirsi sotto il profilo economico quasi autonomamente e penalizzarla per una normativa che risale a 30 anni fa mi sembra alquanto ridicolo”.

Dopo anni di calcio ad alto livello (negli anni Cinquanta e Sessanta la Spal ha giocato quasi ininterrottamente in serie A), oggi la società fondata nel 1907 da un sacerdote salesiano milita nella prima divisione della Lega Pro, la terza categoria del pallone made in Italy. La distanza dal massimo campionato, lo dicono i numeri, è quasi abissale. Spiega Pozzi: “Le Lega Pro sta andando avanti faticosamente. Perché non ha le risorse della serie A e della serie B e chi opera in questa categoria si trova a far fronte ogni anno a situazioni veramente pesanti. Da queste parti, si registra un turnover altissimo dei presidenti, che è dovuto al fatto che le gestioni sono al limite del possibile. Puoi farcela un anno o due, poi al terzo anno scappi, perché non ce la fai ad andare avanti. E per una volta che una società si inventa un’attività dalla quale ricavare il denaro che gli permetta di avere i conti in equilibrio, viene condannata. Siamo all’assurdo”.

La Disciplinare ha ormai emesso una sentenza con la quale la società deve fare i conti, in un modo o nell’altro. Tuttavia, la Spal non farà passi indietro, questo è certo. “Noi andiamo avanti per la nostra strada – dice il dg Pozzi -. La cosa non finisce qui. Il nostro caso è oggetto di studio della Lega Pro e della Federazione con l’obiettivo di cambiare la normativa. L’impianto funziona e sta producendo energia. E per noi tutto questo, anche la sanzione, rappresenta per noi una vittoria. La stampa ha capito la nostra finalità. Qui non c’è un imprenditore che si vuole arricchire alle spalle di una società di calcio. Chi legge deve sapere che il calcio non è soltanto quello dei ricchi e dei famosi della serie A. C’è tanta gente che fa fatica a tirare avanti e ad arrivare a fine mese. Che ha uno stipendio pari a quello di un impiegato o di un operaio. Abbiamo una cinquantina di dipendenti tra calciatori, allenatori e staff, dobbiamo garantire loro un minimo di sicurezza. Per questo, andremo avanti, la nostra sarà una battaglia che cambierà il modo di intendere il calcio”.