Come fosse un fotogramma di Vittorio de Sica in Miracolo a Milano, scartato perché a colori, un gruppo di migranti neri cerca l’impressione di un tepore inesistente, accalcandosi nell’unico triangolo illuminato dal sole di una mattutina piazza Maggiore ingombra dal mercato del cioccolato. Faccio appena in tempo a riprendermi da questa immagine che vengo investito dal brusio sommesso della delusione espressa nel loro dialetto per la scomparsa del sole offuscato da una nuvola. Poi una nuova eccitazione accoglie il ritorno del brillare di luce: non c’è nulla da fare il Neorealismo è stato superato dalla realtà, e con esso anche lo stupore per il paradosso va a farsi benedire.

Non è difficile trovare per strada speranza e disperazione nell’Italia degli anni Duemila, anni che, a confronto con quelli del Neorealismo, vediamo circonfusi di luminoso futuro astratto dalle miserie di allora. E se per la “speranza” il maestro Mario Monicelli (che non fu neorealista) trovò l’ottima definizione “è una trappola inventata dai padroni”, la disperazione trova sempre nuove facce in cui incarnarsi e non c’è verso di poterla fermare, almeno alleggerire, con alcuna definizione.

Dalle facce che non possono essere mostrate dei nordafricani migranti ospitati ogni notte al Vag 61, in una baracca tirata su alla meglio alla faccia del piano freddo del comune, a quella di Adama differentemente ospitata al Cie dopo essere stata asservita, brutalizzata, picchiata, stuprata, accoltellata perché ricattabile in quanto “clandestina”. Un reato incostituzionale per l’Italia e per l’Europa che tutto il mondo ci invidia.

È quello a dare corpo alle nuove (nuove?) tendenze dell’italiano medio, sempre protetto dai vetusti luoghi comuni di bonomia e generosità aprioristicamente auto assolutori. Italiani brava gente è un film girato in quegli anni del neorealismo, che racconta tutt’altro, ma il cui titolo è diventato una specie di patente ante litteram per noi, una sorta di ombrello atto a ripararci da qualsivoglia pioggia di merda noi si riesca a spararci addosso, un ombrello che noi vogliamo riesca a mantenere ben alta la considerazione di umanità che gli italiani hanno di se stessi.

Ma dal racket ai danni di migranti organizzato da due sfruttatori imolesi, appena smantellato dai Carabinieri, allo schiavismo denunciato anni fa da Nichi Vendola in Puglia, dove furono scoperti braccianti polacchi ridotti in schiavitù, al mio amico pakistano, in Italia da vent’anni, infermiere diplomato in Pakistan e qua muratore mutilato da un incidente sul lavoro. Lega e Destra in questo sanno bene interpretare le italiche ansie, studiano e propongono nuove discriminazioni al fine di rastrellare, intercettare si dice ora, il voto di qualche esasperato astioso in più.

A noi non rimane che guardare quei film neorealisti sapendo che oggi i protagonisti, gli eroi di simili vicende non sono più anagraficamente nostri, mentre invece sono perfettamente nostri i ruoli negativi e ci appartiene una nuova nostalgia, quella di chi ha perduto un mondo e un’ identità intima, ma a sottrarcela non è stato uno straniero. È stato il compagno di banco.