Donne per la strada in TunisiaSono stati i primi. Il vento della Primavera araba si è esteso poi da Tunisi fino all’Egitto, dove le urne si sono appena chiuse, e alla Siria, dove ancora si spara, passando per la guerra di Libia con le bombe della Nato. Dal 14 gennaio Ben Alì, il despota laico che regnava dal 1987, non c’è più, cacciato dal popolo in rivolta. La Tunisia oggi assapora la democrazia, con un timore che spaventa l’Occidente: Ennahdha, il partito islamista che alle elezioni per l’Assemblea costituente ha sbancato, conquistando oltre il 40 % di voti.

Percorrendo la Tunisia, dalla capitale a Tabarka, città di mare all’estremo nord-ovest, confine con l’Algeria, ai villaggi con le strade di fango dell’entroterra, prima montuoso e poi di nuovo pianeggiante, fino ad arrivare alla meta preferita dagli italiani, quella sorta di Riccione d’Africa che è Hammamet, l’immagine è quella di un Paese dove l’estremismo islamista non ha terreno fertile. Dove le ragazze camminano per strada vestite alla occidentale, dove il velo integrale nel corso di una giornata si vede lo stesso numero di volte che può capitare passando una giornata in giro per Roma. La stessa cosa vale per Kairouan, una delle città più sacre al mondo per l’Islam.

Chokri, 34 anni, vive a Tunisi dove lavora come insegnante, ma ha qui la famiglia e passeggiando per il suk, il mercato, racconta quanto sia difficile la democrazia: “C’è ancora troppo fermento in giro, adesso è il tempo di far lavorare questo governo provvisorio che ha il compito di rifare l’architettura dello Stato”. S’interrompe, riflette un attimo e riprende: “Certo meglio adesso di prima, forse è che non sono io abituato a poter parlare, a poter esprimere la mia opinione sulle questioni politiche, prima ci pensava Ben Alì, e doveva bastare”. Al bar c’è Halima, capelli sciolti, blu jeans, ha una tazza di tè tra le mani, lei è entusiasta della democrazia, ma, paradosso, non ha votato: “Ho evitato le urne perché ero contraria all’Assemblea costituente, vista anche la crisi economica avremmo dovuto votare per un governo a pieni poteri, un sistema presidenziale, invece di fermarci a traccheggiare su come sia meglio rivotare fra un anno. Ciò detto, viva la democrazia, e non vedo l’ora di votare per le elezioni politiche quando governo e Parlamento provvisori avranno esaurito il loro compito”.

Mohamed ha 37 anni, due lauree e il titolo di guida turistica nazionale. È musulmano praticante, ma ha sempre sostenuto il Partito comunista: “Certo, sono laico prima di tutto. La fede è affar mio. Purtroppo il partito ha preso soltanto 5 seggi in Assemblea. Spero che comunque possano servire da argine a spinte islamiste che comunque non temo: in questo Paese non esistono i presupposti culturali per creare uno Stato fondamentalista”. Perché Ennahdha, dunque, fa così paura? “Gli occidentali vedono le immagini della Libia, quel che sta succedendo in Egitto e in Siria, sentono parlare di partito islamico e non distinguono. La Tunisia ha nel turismo una risorsa vitale: il post rivoluzione è stato disastroso”, spiega Farid Fetni, direttore dell’Ente generale del turismo, struttura ministeriale che prova a ristabilire un’immagine positiva del Paese, in un incontro con agenti di viaggio italiani: “Qui la rivoluzione – rilancia Stefania Picari, responsabile del tour operator Subito viaggi – è stata veloce e indolore, già l’estate passata le strutture turistiche erano pronte a ricevere i normali flussi di persone”.

Anche la Tunisair, la compagnia di volo di bandiera, ha subito i contraccolpi della rivoluzione, il numero uno Habib Ben Slama si dice convinto, anche per interesse, che Ennahdha “non costituirà un problema: sono al governo dentro una coalizione e c’è un’opposizione, poi hanno già assicurato che non saranno scalfite le libertà individuali che fanno della Tunisia un Paese prima di tutto laico; la Democrazia cristiana ha rappresentato un problema di oscurantismo religioso in Italia? Non credo, Ennahdha è la stessa cosa: una democrazia islamica”.

Nel 2007-08 gli italiani che hanno scelto la Tunisia per le vacanze sono stati quasi 500 mila, vetta assoluta. Dopo la rivoluzione di gennaio ne sono venuti solo 100 mila. Ben Slama di Tunisair è convinto “che si può arrivare anche a un milione, ma non dovete dare l’immagine di un solo Nordafrica, di un mondo panarabo che non esiste, la Tunisia è un’altra cosa”. Quello che sarà il reale comportamento di Ennahdha rimane, però, un’incognita. Proprio per questo la formula scelta per ringraziare dopo la vittoria alle urne del leader del partito, Rachid Ghannouchi, ha cercato di rassicurare l’Occidente più che i tunisini: “Il paese crescerà giorno dopo giorno: i diritti di Dio, del Profeta, di donne, uomini, religiosi e religiose non saranno gli unici a essere assicurati perché la Tunisia è di tutti”.

Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2011