Il rione Monti saluta Mario Monicelli

Una banda che suona le colonne sonore dei suoi film più famosi, l’antica fontana nel cuore del rione ricoperta di candele e una targa per cambiare il nome di piazza Madonna ai Monti: da stasera, almeno per i romani del Rione, si chiamerà piazza Mario Monicelli.

Roma ricorda così il grande regista, a un anno dalla sua scomparsa (un anno fa esatto Monicelli si uccise lanciandosi dal quinto piano del reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma dove era ricoverato, ndr) con una serie di iniziative che, partendo dalla piazza, percorrono tutto il rione. E così camminando per le stradine del quartiere, davanti a un pub o a un negozio spunta un ritratto di Monicelli, o una locandina di un suo celebre film.


Servizio di David Perluigi e Irene Buscemi, montaggio di Paolo Dimalio

Monicelli era molto amato nel Rione a due passi dal Colosseo, al quale aveva dedicato anche un documentario e nel quale era facile incontrarlo seduto ai tavolini di un bar e sempre pronto ad accogliere un saluto o una stretta di mano. Per questo il Rione Monti è ancora molto affezionato al ‘suo’ regista e ha riempito la piazza salutando con un lungo applauso l’affissione della targa. Sottofondo della serata la ‘Banda Monicelli’, nata ad hoc per ricordare, questa sera, il maestro attraverso le musiche dei suoi tanti, indimenticabili film.

Un ricordo, quello di Mario Monicelli che cade nello stesso giorno in cui si apprende di un’altra morte “eccellente”, quella del fondatore de Il Manifesto Lucio Magri, morto in Svizzera attraverso la pratica – legale in quel Paese – del suicidio assistito (leggi). ”Spero, voglio sperare che la vicenda umanissima di Lucio Magri, che ha deciso di non soffrire più, e ha posto fine al suo dolore, sia di ammonimento e insegnamento”, ha commentato Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e presidente onoraria dell’associazione Luca Coscioni.

“Magri riteneva intollerabile vivere, preda di una depressione – sottolinea – che lo faceva scivolare inesorabilmente in un ‘buio’ provocato da ragioni pubbliche e private che sono insondabili e non vanno giudicate. Per porre fine al suo dolore, ha però dovuto ‘emigrare’, un viaggio con un biglietto di sola andata, in Svizzera. Questo perché viviamo in un Paese dove vige una regola ipocrita, quella del ‘si fa ma non si deve dire’, dove “o lo si fa clandestinamente, oppure si è costretti a emigrare come Magri, o si devono compiere gesti di rivolta estrema come Mario Monicelli”.

“Dovremmo sapere quanti anziani che si tolgono la vita in modo tragico, gettandosi da una finestra, da un ponte, o impiccandosi, lo fanno perchè malati incurabili e vittime di atroci dolori, perché non hanno la possibilità di una morte pietosa e dignitosa che vorrebbero, e viene loro negata. Ma perfino un’indagine conoscitiva del fenomeno, è stata negata”.

“Rendo omaggio a Lucio Magri, come già lo resi a Mario Monicelli, vittime e martiri di questa morale assurda e ipocrita come lo furono Luca Coscioni, Piergiorgio Welby e Giovanni Nuvoli e i tanti di cui non conosciamo neppure il nome. Continuerò, con le mie compagne e i miei compagni radicali la lotta per la dignità della vita e del morire, così come la chiedeva, anzi la esigeva Indro Montanelli e tanti con lui. Perché non si sia più costretti a gesti estremi come Monicelli, a viaggi solo di andata, come Magri”, conclude.