L’eliminazione dell’Ici sulla prima casa è stato un incredibile e preoccupante esempio di “illusione tributaria”, che portava a ignorare i costi del provvedimento. Il ritorno del tributo sana una ferita inferta al federalismo municipale. Per esigenze di gettito, è inevitabile aumentare le rendite catastali. Auspicabile è anche l’introduzione dell’imposta sui rifiuti e i servizi progettata dal governo Berlusconi. Tutto ciò non elimina, ma limita lo spazio di una patrimoniale erariale su base personale.

di Gilberto Muraro* (Fonte: www.lavoce.info)

Nella vicenda dell’Ici c’è un risvolto psicologico che è illuminante anche per capire la più ampia storia del rapporto fiscale in Italia.

Un caso di illusione tributaria

Si immagini che l’amministratore condominiale convochi i condomini e dica a tutti e non a uno solo: da domani, retta dimezzata. Nessuno ballerebbe dalla gioia e tutti chiederebbero: che servizi tagli o in che altro modo ci fai pagare? Ma non è quello che avvenne quando nel 2008 Silvio Berlusconi, seguendo e sopravanzando il cattivo esempio del governo Prodi che aveva dato un grosso taglio all’imposta, promise di eliminare del tutto l’Ici dalla prima casa, vincendo così le elezioni. L’esempio del condominio è calzante perché in Italia circa l’85 per cento delle famiglie vive in casa di proprietà. È da presumere che il restante 15 per cento sia formato in maggioranza da cittadini in disagiate condizioni economiche, che perciò pagano poco o niente di Irpef. Quindi, è come se i contribuenti, non alcuni a scapito di altri, ma tutti, avessero avuto uno sgravio; il che non è possibile, a meno di non ridurre la spesa o di non aumentare il debito pubblico. Ecco perché l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa non fu solo un misfatto economico che andava contro il federalismo proprio quando lo si voleva introdurre; fu anche un incredibile e preoccupante esempio di “illusione tributaria”, che portava a ignorare i costi della manovra. Ora Mario Monti ristabilisce l’Ici e riceve più applausi che critiche. Segno che è adesso chiaro che se non si paga questo, si paga qualche altro tributo o si rinuncia a qualche servizio essenziale. Allora, pur malvolentieri, meglio l’Ici, come avviene nel resto del mondo. La crisi ha dunque prodotto un risveglio della ragione che fa bene sperare per il seguito della cura, che rimane dolorosa anche se aiutata dalla credibilità internazionale del nuovo governo.

Due tasse sulla casa

Quale gettito dall’Ici sulla prima casa? Tre miliardi e mezzo, ha detto Giulio Tremonti prima di chiudere. In realtà sarà di più, perché ci sarà anche un aumento delle rendite catastali. Inoltre, se prosegue l’iter del decreto correttivo sul federalismo municipale preparato dal governo Berlusconi, ci sarà una seconda imposta sulla casa, questa volta a carico dei residenti, possessori o inquilini che siano, a fronte dei costi dell’asporto rifiuti e dei servizi pubblici comunali (con sforzo di fantasia, si chiamerà, appunto, Res: rifiuti e servizi). Il passato governo si era arreso all’idea di tale imposta per ridurre  il vuoto fiscale creato dall’abolizione dell’Ici. Ma è opportuno che la Res veda la luce anche in presenza dell’Ici. Per lo scrivente almeno, l’assetto auspicabile dell’imposizione immobiliare a livello municipale dovrebbe proprio essere un’imposta a due componenti, sull’esempio della Taxe d’habitation francese: una sul possesso e un’altra sul godimento del bene, quali corrispettivi correlati, rispettivamente, ai servizi comunali che si incorporano nel valore immobiliare e a quelli forniti alla persona. (1)

Come configurare il peso complessivo? Indicativamente si può suggerire quale tetto della duplice imposta la seguente somma: vecchia Ici più Tarsu (che entrerebbe quale componente della Res) più un gettito attorno al 2 per cento dell’imponibile, come nella proposta Res. Ma l’ulteriore suggerimento è di ricalibrare tra le due componenti l’onere complessivo, diminuendo l’Ici sui proprietari e aumentando la Res (metà e metà potrebbe essere un’ipotesi su cui lavorare). Forse ciò renderebbe la manovra meno osteggiata politicamente, di sicuro la renderebbe più aderente al principio del beneficio, considerando la ripartizione della spesa comunale tra servizi che incrementano il valore degli immobili e servizi  transitori ai residenti.

Valori catastali da rivedere

È giusto riprendere e inasprire l’imposizione immobiliare? Si sa che i beni al sole sono sempre stati l’ultima spiaggia per il fisco e che uno spostamento dell’imposizione dai redditi ai patrimoni è oggi invocato da molte parti; si può solo discutere sui modi. Qualche mese fa, e sembra già un’epoca lontana in questi tempi drammatici, aveva sollevato un vasto dibattito la proposta di Pellegrino Capaldo di colpire duramente non il valore ma l’incremento di valore, stimato in base ai prezzi correnti e alla durata del possesso in capo all’attuale contribuente. Proposta che risultava non fattibile, perché nessuno è in grado di valutare in breve tempo i valori di mercato, storici e attuali. Bisogna quindi basarsi su quello che si conosce, per quanto imperfetto: le rendite catastali, da cui si arriva ai valori catastali. Hanno quindi ragione Banca d’Italia e nuovo governo a proporne l’aumento. Aumenterebbe così l’imponibile immobiliare all’interno dell’Irpef, dell’Ires e delle imposte sui trasferimenti (queste ultime peraltro da ridurre ed eliminare in prospettiva, perché di ostacolo alla crescita economica). Sarebbe opportuno aumentare anche l’aliquota della cedolare secca appena istituita per le case date in locazione. La platea dei contribuenti sarebbe molto vasta, come è inevitabile se si vuole davvero ottenere un gettito consistente. Circa le iniquità, sarebbero elevate ma pur sempre minori di quelle generate da altre manovre, considerando che gli attuali valori catastali sono in media circa un terzo di quelli di mercato. Naturalmente, bisognerà prevedere una franchigia che esenti la fascia più bassa; ma nulla di paragonabile all’elevata agevolazione concessa dal Governo Prodi. L’Ici, infatti, deve essere vista anche come un segno di appartenenza a una comunità comunale, quindi la platea dei contribuenti deve essere la più larga possibile. Anziché largheggiare con gli sconti sull’Ici, meglio allargare le agevolazioni sull’addizionale comunale Irpef: a parità di perdita di gettito, l’impatto in termini di equità dovrebbe essere maggiore. Alla larga anche dall’idea, che purtroppo sta prendendo piede, di un’Ici progressiva. A rigore, la progressività si dovrebbe esercitare solo su un imponibile che rappresentasse l’intera capacità contributiva. Di fatto, l’Irpef riguarda quasi esclusivamente il reddito da lavoro e le rendite immobiliari sulle seconde case; e di questa parzialità dell’imponibile  nell’imposta che sarebbe deputata a realizzare al meglio il principio di equità, non c’è da essere fieri. Aggiungere formalmente un’ulteriore progressività solo sulla componente case sembra troppo anche in tempi di crisi.

Dopo di che occorre chiedersi se si possa aggiungere a tutto ciò una nuova imposta patrimoniale personalizzata, ossia limitata agli alti patrimoni (finanziari oltre che immobiliari, ma si sa che i primi sfuggono, anche perché si fa presto a frazionarli in testa a più proprietari). La risposta è che si può, ma senza pretendere forti gettiti a livello nazionale da un imponibile già spremuto a livello municipale.

(1) Vedasi il Libro bianco sulla riforma fiscale del 1994 nonché Dosi C. e Muraro G. “Finanza municipale e fiscalità immobiliare: ipotesi di riforma” in Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze, Anno LV Fasc.1, 1996, pp. 3-52.

*Professore Ordinario di Scienza delle Finanze, Facoltà di Giurisprudenza