Corre voce che Marco Reguzzoni (detto il Re) abbia perso le staffe. Corre voce, tra i suoi compagni di partito, che stia attraversando una crisi di identità. Lui che si considerava l’oracolo della Lega ora vale come uno scartino, un due di coppe qualsiasi. O, per lo meno, tanto quanto gli altri.

Mi spiego meglio: prima parlava solo lui, unico depositario della saggezza del Capo e al quale  erano riservate  le interviste, le comparsate in televisione e  le dichiarazioni ufficiali. Ora, corre voce che non se lo fili più  nessuno e dunque nel partito è accaduta una cosa davvero unica: tutti sono autorizzati a parlare, andare in tv e farsi intervistare. Ecco quindi spuntare facce mai viste, voci mai sentite anche se pur sempre allineate e coperte.  Ma la questione vera è fino a quando?

L’unica speranza è che ci sia sempre una questione “cittadinanza” sulla quale litigare o un parlamento Padano da riaprire o,  come l’annuncio di  queste ore, un Governo Monti contro cui protestare perché altrimenti sarà dura per la Lega avere spazi. Già, proprio così, perché  quello che tutti consideravano  “l’abbraccio mortale” con Berlusconi per il partito di Bossi era più che altro un cordone ombelicale indispensabile per avere spazi di comunicazione e dunque  esistere.

Mai come in questi anni di coalizione politica la Lega ha avuto visibilità mediatica. Cota deve tutto a Ballarò, Zaia detto “belli capelli” al suo look impomatato, ma ora come ora  il rischio è l’afonia mediatica.  Tutti  attendono le nuove nomine da “mamma Rai”, dove piazzare uomini padani.

Perché diciamolo, non basta più solo il giornalista (dei tg padani sulle emittenti locali) onorevole Davide Caparini (quello che dal suo blog aveva lanciato la campagna contro il pagamento del canone Rai) e membro della Commissione vigilanza. Lui entrato  in politica “tanto per fare qualcosa nella vita” – come confessò ad un collega di Aula – dopo un passaggio nella prima edizione del parlamento padano che verrà riaperto il 4 dicembre prossimo.

Ma la visibilità mediatica in politica conta più dei fatti. Lo ha capito bene Isabella Votino. Lei portavoce (alcune volte pensiero e decisioni dell’ex Roberto Maroni) è corsa ai ripari ri-proponendosi come donna-tacchi&cervello in un’intervista sul settimanale A dove al “Bobo” fa davvero fare la figura del “fido” al guinzaglio affermando: “Il ministro non è autorizzato a parlare con nessun  altro del mio ufficio se non con me. Anche quando si tratta di cose tecniche, io non posso non sapere”.

Ebben, per politici e affini, quello che conta è esservi e apparire, perché se non ci sei e non compari, non esisti e se anche esisti conti poco. E come dicono i leghisti, non contare significa non avere cadreghe. Quindi: no cadreghe, no sghei (soldi per gli extra-padani, ndr)