Neanche la vita, se per questo, ma soprattutto la morte non è un film. Per dirla con il grande teorico e critico francese André Bazin, ci sono due cose che non dovrebbero essere mai filmate: il sesso e la morte. La morte è un tabù, dovrebbe esserlo almeno, ma chi lo spiega all’America e agli altri Paesi – Cina in testa – dove esiste la morte di Stato, ovvero la pena di morte? Ecco perché il cinema – almeno, certo Cinema – non solo può, ma deve inquadrare la morte: senza moralismi né giudizi, ma come si fa a non vedere, a non guardare l’occhio per occhio? A non spingere il nostro sguardo morale fin dentro l’abisso?

Così Werner Herzog ci porta al 29° Torino Film Festival Michael Perry, nel braccio della morte per un triplice omicidio a Conroe, Texas, e il suo complice Jason Burkett, anche lui in prigione: si accusano a vicenda, per quel sangue – una donna, due conoscenti – versato per rubare una Ford Camaro e farci un giro. Entrambi intervistati, con Perry che parla per l’ultima volta solo otto giorni prima della sua esecuzione il 1° luglio 2010, ma nel documentario di Herzog, Into the Abyss, il microfono è anche per i parenti delle vittime, i poliziotti e il white trash di Conroe, dove la criminalità è più di una sciagurata opzione di vita. Non solo, particolare rilievo assume il “mea culpa” del capo esecutore del braccio della morte e della moglie di Burkett: matrimonio officiato tra le sbarre con il solo contatto delle mani, eppure, la donna dice di essere incinta di lui.

Mistero, ma tutt’altro che buffo: Into the abyss è un capolavoro, che sorvola delitto e castigo, senza curarsi se Perry sia colpevole o innocente. Il focus è altrove, perché basta poco per uccidere: uno scoiattolo o un uomo, dice un reverendo, ed è (in)credibilmente la stessa cosa. Herzog domanda, ma non compare mai sullo schermo, la narrazione è ridotta al minimo, parlano i responsabili e parla il Sistema, e c’è commozione, humour ad “addolcire” la dose letale.

Soprattutto, c’è l’abisso, e dal primo all’ultimo di questi 106 minuti senti come sia facile, davvero un gioco da ragazzi, sprofondarvi, per un miraggio su quattro ruote, una Camaro da far provare agli amici al bar, per farsi belli e rimanere bulli. Herzog non fa un documentario investigativo, usa i video delle crime scene, ma solo per dare testimonianza, illustrare il paesaggio con figure – così si chiama la sottosezione di Festa Mobile in cui è inserito al 29° TFF – senza determinismo sociale, solo per aiutarci a capire insieme a lui quelle croci numerate e innominate piantate in un camposanto, anzi, in un campomorte.

Rimane negli occhi liquidi, nella bocca dischiusa di Michael Perry lo spettro del Palla di lardo di Full Metal Jacket, ma qui la finzione non c’è, e non c’è più Michael. L’abisso l’ha inghiottito, e nemmeno il cinema può resuscitarlo. Ma può riportare a galla le nostre coscienze.