“Penso che per i giudici possa essere stato difficile giudicare liberamente chi fa ancora parte del servizio di sicurezza”. A parlare è Simona Mammano, assistente capo della polizia di Stato e scrittrice, autrice del libro “Assalto alla Diaz – L’irruzione del 2001 ricostruita attraverso le voci del processo di Genova”. E si riferisce alla recentissima assoluzione definita in Cassazione a Giovanni De Gennaro, accusato di aver istigato alla falsa testimonianza Francesco Colucci, questore di Genova nel luglio 2001. Era l’estate del G8, dell’omicidio di Carlo Giuliani, della “macelleria messicana” nelle strade del capoluogo ligure. E dell’assalto alla scuola Diaz.

La scrittrice emiliana, ospite della rassegna Politicamente Scorretto, ha studiato le carte del processo per l’irruzione nell’edificio che ospitava militanti del social forum ma anche tanti altri manifestanti. E conosce come sono andati i fatti, al di là del procedimento che ha visto imputato l’ex capo della polizia, oggi ai vertici degli apparati di sicurezza. “Non dico che i magistrati abbiano giudicato in maniera sbagliata sapendo di sbagliare”, ha aggiunto l’autrice-poliziotta, “ma vanno considerate le pressioni. La serenità è mancata indubbiamente”.

Figlia di carabiniere, entra in polizia nel 1989, a 28 anni, come mai?

“Non so per quale ragione, esattamente. Sembra un po’ una sciocchezza dire che credo molto nella legalità, però è proprio quello. Quando ero in questura, mi piaceva molto il mio lavoro di pattuglia. Poi, durante un intervento, da un extracomunitario, presi una forma molto violenta di mononucleosi. Non sarei più riuscita a tornare in azione. Da allora lavoro in procura, alla Dda, dove ci occupiamo di criminalità organizzata”.

Come nasce l’idea di raccontare l’assalto alla scuola Diaz?

Nel 2001 volevo capire cosa fosse veramente successo, al di là dei reportage giornalistici, e così ho iniziato a leggere tutti gli atti. Lavorando in procura avevo la possibilità di consultarli. Seguì tutte le udienze del processo. Poi l’editore mi chiese di scriverci un libro, e così li ho riportati.

Quale rapporto ha con la violenza commessa da appartenenti al corpo di polizia?

La prima consapevolezza arrivò con la Uno Bianca. Quando ho scoperto che erano stati dei colleghi (mi ricordo lo appresi dal Tg3), fu uno choc grandissimo. Ero sulle volanti in quel periodo: ogni turno è compatto, si lavora sempre insieme, si è legatissimi. Io non avevo mai assistito a episodi violenti. Fu davvero terribile.

Pensando a piazza Alimonda fino al caso Cucchi, per citare alcuni degli esempi più clamorosi, viene in mente un’azioni che con il mantenimento dell’ordine hanno poco a che vedere. Come mai nasce nella polizia questo tipo di violenza?

“Me lo sono chiesta spesso. Indubbiamente non aiuta il fatto di dover sempre vedere, per mestiere, il peggio delle persone; o sentirsi qualcosa di diverso rispetto agli altri, o essere abituati a vedere l’altro sempre con sospetto: tutto questo non avvantaggia. Io condanno assolutamente ciò che è successo a Genova. Ciò non deve far dimenticare però, che ci sono persone che veramente dedicano la loro vita alla professione a scapito di quella personale. Dedicare tempo è sintomo di amore nei confronti di questa professione e per la legalità. Anche perché è un lavoro che non puoi fare se non lo ami”.

Tornando ai fatti di Genova, le responsabilità di chi furono?

“Avendo fatto ordine pubblico, con la questura, so che qualcosa può sfugge ai normali meccanismi. È un momento eccezionale e pericoloso dove le scelte, e in questo caso i funzionari che le dirigono, sono essenziali. E più a monte quelli che dalla centrale danno gli ordini. Le scelte che fanno i dirigenti, sono essenziali”.

Durante la manifestazione, dalle ricostruzioni si vede che anziché dirigersi verso i black bloc, il contingente si dirige verso le tute bianche. Com’è possibile che si “sbagliasse mira”?

“La mia impressione è che a un certo punto ci fosse un momento di grande confusione, ma non riesco a dare un giudizio. Non so spiegarmelo nemmeno io. L’ho seguito dalla diretta e non mi capacitavo”.

E la risposta?

“Che cosa sta succedendo, che cosa stanno facendo? C’era veramente troppa tensione. Che in parte venne fuori ascoltando le udienze del processo”.

I dirigenti sapevano o non sapevano?

“Se non sanno quello che fanno forse hanno sbagliato mestiere. Però non sono d’accordo con la tesi che tutto questo sia stato deciso precedentemente, come un mostro che si muove e mette i tentacoli”.

Com’è stata accolta la pubblicazione di questo libro?

“Non è facile venire fuori con un libro sulla Diaz, lavorando ancora in polizia. Non è stato un libro che ha creato interesse. E non l’ho scritto per questo, però ogni volta che si faceva qualche incontro non si pensava a chiamare anche il poliziotto che ha cercato di denunciare, e facendo il suo lavoro onestamente. Che poi a me non piace parlare in pubblico, non sono una che va in giro a promuovere i propri libri: sono un poliziotto, faccio il mio mestiere, e lo faccio osservando. Ma è significativo. Mi chiedo però con quanto interesse si vuole veramente affrontare un argomento di questo tipo?”

i.g.