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La fabbrica Paul McCartney funziona ancora: a Bologna 14 mila persone al concerto-show

Per far funzionare una serata serve il lavoro di 300 persone. Sir Paul assediato per due giorni dagli ammiratori davanti all'hotel Majestic (ex Baglioni) in via Indipendenza. Lui è andato a fare una passeggiata in bicicletta ai giardini Margherita. Palasport esaurito: erano 14.000 i biglietti venduti

“Vi piacerebbe tornare indietro?” McCartney lo chiede al suo pubblico, sulle note di Get Back, e per una sera sembrerebbe quasi che il viaggio nel tempo si sia avverato. Sir Paul, per la prima volta a Bologna, ha incantato l’Unipol Arena a più di mezzo secolo di distanza dalla nascita dei Beatles, a trent’anni dallo scioglimento dei Wings. Il tempo sembra non scalfire la musica, né l’entusiasmo dell’ex Beatle ormai settantenne: quasi tre ore di concerto e ben 36 pezzi accompagnati impeccabilmente da Rusty Anderson alla chitarra, Paul Wickens alle tastiere, Brian Ray al basso e Abe Laboriel Jr. alla batteria. Lui, il polistrumentista mancino più famoso al mondo, si concede tanto al basso quanto al piano e alle chitarre.

La serata esordisce con le note di Magical Mistery Tour, seguite a ruota dall’incalzante Junior’s Farm: solo a questo punto il baronetto si ferma per dare il benvenuto alla platea, promettendo che si impegnerà a parlare (anche) in italiano: basterebbe questo per consegnare un inglese agli annali. Si ricomincia con All My Loving e l’atmosfera inizia a scaldarsi, Paul si toglie la giacca e si ferma a contemplare i suoi fan “per godersi tutti gli applausi”. Maniche rimboccate e via con Jet e Got To Get You Into My Life. C’è spazio anche per The Fireman a questo On The Run Tour, dunque viene rispolverata Sing The Changes, ma ovviamente non basta per stupire: così ecco The Night Before per la prima volta dal vivo in Italia, Let Me Roll It con un finale strumentale dedicato a Jimi Hendrix, e Paperback Writer “suonata – dice lui – con la stessa chitarra utilizzata sul disco originale”. Paul si sposta al piano ed è la volta di The long And Winding Road e, dopo una dedica ai fan dei Wings con Nineteen Hundred and Eighty-Five, un’altra chicca targata Beatles arriva da Come And Get It, al suo esordio assoluto dal vivo. Chiusa la prima dozzina, sembrano passati appena una manciata di minuti quando Paul attacca Maybe I’m Amazed e I’m Looking Through You; su And I Love Her i cori del pubblico quasi sovrastano la voce di McCartney, prima di passare all’inossidabile Blackbird. E’ tempo di ricordare chi erano i Beatles, ed ecco la prima dedica con Here Today, scritta per John Lennon. Una parentesi con Dance Tonight, Mrs Vandebilt e l’immancabile Eleanor Rigby, poi è la volta di George Harrison, con una versione di Something a base di ukulele. I fan si sgolano, mentre l’epica Band On The Run tocca l’apice del repertorio Wings. Ob-la-di Ob-la-da e Back In The Ussr danno la scossa che chiude la seconda dozzina, ma ce n’è ancora per tutti i gusti. I’Ve Got A Feeling è seguita dal medley di A Day In The Life e Give Peace A Chance, uno di quei rari ritornelli che chiunque canterebbe all’infinito senza mai stancarsi. Gran (finto) finale con Let It Be, l’esplosiva Live And Let Die (condita con la spettacolare coreografia di fuochi d’artificio “indoor” come promesso) e Hey Jude, cantata all’unisono dai tredicimila presenti. A quota trenta per la prima volta sir Paul lascia il palco, e quando rientra si concede una piccola ruffianeria, sventolando la bandiera italiana. E’ di nuovo tempo di fermare gli orologi per i grandi annunci: un’altra canzone dei Beatles mai suonata prima dal vivo, e parte The Word, seguita da un accenno in medley di All You Need Is Love. Day Tripper e Get Back chiudono il primo encore: stanchezza, fatti sotto. Il tris finale vale quanto un poker e dopo un’attesissima Yesterday, con Helter Skelter viene quasi da pensare che no, non può essere lui, forse “Paul is dead” per davvero, e quel sosia sul palco deve essere per forza più giovane dell’originale. Ultima canzone, anzi ultime tre, con il medley aperto da Golden Slumbers e chiuso come si sarebbe dovuto chiudere originariamente Abbey Road, con The End. Questa volta è davvero la fine, ma niente paura: Paul garantisce che si tratta solamente di un arrivederci.

Il  musicista di Liverpool era atterrato a Bologna venerdì pomeriggio intorno alle 17.30  con un volo privato, a bordo di un Falcon 900 decollato dall’aeroporto di Londra Ashford. Scortato da una decina di guardie del corpo è riuscito a sottrarsi ai fotografi e alla folla, anche a quella che lo attendeva in serata davanti all’hotel dove ha passato la notte in pieno centro cittadino.

Alle 12.30 di sabato in gran segreto, il baronetto inglese è andato ai giardini Margherita per una sgambata in bicicletta mentre fin dalla mattina centinaia di persone avevano praticamente intasato la centralissima via Indipendenza in attesa di vedere McCartney alla sua primissima uscita bolognese in 50 anni di carriera.

Subito dopo l’atterraggio del suo jet privato McCartney non ha perso tempo e nel giro di un’ora era già a Casalecchio di Reno per le prove del concerto di stasera. Ad attenderlo nel palazzetto del basket bolognese c’era una organizzazione gigantesca: 130 altoparlanti, tre mega-schermi, 31 tir, una mensa che serve 500 pasti vegetariani per circa 300 persone impegnate nella preparazione del concerto.


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