Opinione comune è che la “soluzione Mario Monti” fosse l’unica possibile allo scopo sacrosanto di liberarci del mortale ingombro berlusconiano. Cui si direbbe sia seguito anche un cambio nell’ancoraggio governativo al sociale: dopo le cafonerie della neo borghesia, famelica e pasticciona, ecco tornare sulla scena quella old style, educata ma anche intimamente gattopardesca. Insomma – secondo metafora dei tempi – il viaggio da un’America profonda tipo cinepanettoni, che vota Bush Jr e affolla i Tea Party (con traduzione in italiano nel Cavaliere e nella Lega), a quella bostoniana ed East Coast (che magari gioca astutamente con le paure irrazionali dell’altra per tutelare gli interessi affaristici dei plutocrati e della finanza, rinverdendo l’antica tradizione del “robber baron style of capitalism” denunciata da F. D. Roosevelt).

Senza dubbio il passaggio dall’imbarazzante al presentabile, il ritorno alla civiltà delle buone maniere dopo tanta sguaiataggine, risultano un bel salto di qualità. Riscontrabile già nel cambio di mises. Dalla bandana “pirata brianzolo al mare” ai completi grigini, vagamente stile bancario, la riconquista del decoro appare evidente. I signori di Bruxelles apprezzeranno. Anche perché la vecchia borghesia di ritorno, incarnata in distinti professori e qualche tecnocrate di vaglia, assicura rispetto delle regole e soprattutto delle compatibilità. Ma qui sta il punto: passata la buriana, è davvero questo quanto necessita all’Italia? C’è chi sostiene che il male atavico del nostro Paese è l’assenza di una vera classe dirigente, capace di promuovere effettiva modernizzazione. Compito a cui – storicamente – la nostra borghesia nazionale non seppe mai essere all’altezza; sebbene taluno citi le brevi meraviglie della Destra Storica cavouriana. Tanto che i rari anti-italiani (intendendo – così – quei compatrioti insofferenti dei vizi nazionali) si sono sempre sforzati di cercare altrove. Piero Gobetti, nei primi anni Venti, pensava di avere trovato potenzialità da effettiva classe dirigente nel proletariato operaio d’allora. Convinzione che – un decennio dopo – spinse a compiere il passo del “transfuga di classe” un tipico rampollo dell’aristocrazia borghese, quale Giorgio Amendola. Il secondo dopoguerra si premurò di integrare al ribasso (quanto su larga scala) ogni forma di opposizione sociale.

Sicché i gruppi che si collocano nella parte alta della piramide sociale continuarono a essere intrisi di valori orientati al presidio degli equilibri vigenti, gattopardescamente disponibili a innovare senza cambiare. Difatti i loro organi di stampa hanno propagandato conservazione persino quando promuovevano progetti di trasformazione; l’establishment bennato ha praticato sistematici compromessi più o meno storici con i vari assetti che si sono succeduti senza minacciarne i privilegi (dal censo alle rendite professionali); i migliori esperti si sono sempre resi disponibili a supportare il Palazzo, mettendosi al servizio di qualsivoglia politica. Emblematico il caso di Corrado Passera, che ha fatto bene ovunque andasse (dalla McKinsey alla Cir, da Poste Italiane a Banca Intesa) restando indifferente a chi fosse il committente; come nel non apprezzabile salvataggio Alitalia.

Questo è quanto dice il passato. D’altro canto tutto fa ritenere che l’attuale governo sia davvero l’estremo bordo a cui siamo aggrappati, prima di precipitare nel baratro. Consapevolezza diffusa, anche per quel pezzo di borghesia decorosa che ritorna alla guida del Paese. Dandoci una qualche speranza. La speranza è che per la prima volta sappia uscire dalle logiche del mantenimento per assumere il compito di affrontare problemi che sono strutturali. Un solo dato: la rottura dell’ascensore sociale; inteso quale possibile miglioramento delle posizioni di partenza, che se per i nati negli anni Cinquanta riguardava il 41%, per quelli dopo il 1985 si è ormai ridotto al 6. Classi dirigenti al servizio del bene comune si misurano su questi problemi.

Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2011