I caroselli di auto e di clacson sono iniziati solo a tarda sera, dopo che il ministero dell’interno marocchino ha diffuso i dati ufficiali delle elezioni parlamentari del 25 novembre. I sostenitori del Partito giustizia e sviluppo, Pjd, islamista moderato, sono scesi in piazza a festeggiare la vittoria elettorale. Già nel pomeriggio qualche auto isolata ha attraversato strombazzando le strade della Medina di Rabat, vicino al suq, in perenne movimento. Ma per la festa ufficiale, con clacson e petardi, si è dovuto attendere la conferenza stampa al ministero dell’Interno, verso le 17,30 ora locale.

I dati ufficiali dicono quindi che il 45 per cento dei votanti registrati, circa 13 milioni di persone, è effettivamente andato in uno degli oltre 38 mila seggi sparsi nel paese. I 395 seggi della Camera dei rappresentanti, la camera bassa del parlamento marocchino, non sono stati ancora tutti attribuiti ma, stando alle dichiarazioni ufficiali del Pjd, il partito islamista moderato potrebbe averne vinti addirittura un quarto, contando anche quelli assegnati con le due liste nazionali riservate alle donne (60 seggi) e ai giovani (30 seggi).

La presunta “svolta islamista” dell’elettorato marocchino era ampiamente attesa e ciononostante rimane un dato rilevante l’ampiezza della vittoria stessa – se i dati verranno confermati in tutto il paese. Sulla blogosfera marocchina, in molti già scherzano: «Facciamo scorta di birra, da domani non si vende più» «Buttate via i rasoi, da domani tutti con la barba lunga». In realtà, a un’analisi più attenta, come per esempio quella proposta da Maati Mounjib, professore dell’università di Rabat, le cose sono molto diverse.

Il Pjd non è un partito anti-sistema. Tutt’altro. Dal 1998 partecipa alle elezioni e ha accettato le linee rosse imposte dall’ordinamento monarchico, a partire dalla definizione del re Mohammed VI come “Principe dei credenti”. Una definizione cristallizzata anche nella nuova costituzione, scritta da una commissione nominata dal re ad aprile di quest’anno e confermata con un referendum il primo luglio scorso.

La vittoria del Pjd, argomenta Mounjib in un articolo scritto poco prima del voto, la vittoria del Pjd legittima – innanzi tutto agli occhi della comunità internazionale e poi davanti all’opinione pubblica marocchina – il cammino di “riforme” dall’alto intrapreso dalla monarchia per limitare il contagio delle Primavere arabe. Se le dimensioni della vittoria degli islamisti – che si richiamano esplicitamente, già dal nome all’esperienza dell’Akp di Erdogan in Turchia – sarà confermata appieno, il re dovrebbe affidare a loro la formazione del nuovo governo, probabilmente in coalizione con uno dei partiti “amministrativi” che costituivano l’attuale maggioranza. Insomma, il Pjd si troverà probabilmente a governare assieme a quelli che fino a ieri erano i suoi avversari politici in parlamento. Un consociativismo pilotato dal palazzo reale che serve a convincere i marocchini – quelli che hanno ancora fiducia nel sistema – del fatto che un cambiamento nel paese è effettivamente in corso.

Il secondo punto essenziale per inquadrare una vittoria che già viene definita “storica” sono i numeri. Stando ai dati ufficiali, ha votato il 45 per cento degli elettori registrati, cioè 13 milioni di persone. Sembrerebbe un grande balzo in avanti rispetto alle elezioni del 2007, quando aveva votato solo il 37 per cento degli elettori registrati. Ma le liste elettorali, allora, avevano più di 15 milioni di nomi. Quindi in termini assoluti è cambiato molto poco: il 45 di oggi è equivalente al 37 di quattro anni fa. La differenza è di appena 400 mila voti. Pochissimi, in un paese in cui in teoria la base elettorale, cioè i cittadini oltre i 18 anni, è di circa 22 milioni.

Sulla decisione di non andare a votare presa dalla maggior parte dei marocchini hanno pesato sia la sfiducia verso il sistema politico nel suo complesso, sia l’appello al boicottaggio lanciato da alcuni settori del movimento berbero, da tre partiti di sinistra e soprattutto dall’associazione islamista Giustizia e carità – secondo molti la principale forza di opposizione di massa del paese, non riconosciuta come partito politico – e del Movimento 20 febbraio, quello che cercato di portare anche in Marocco il vento delle primavere egiziana e tunisina. Il M20 si prepara a dare la propria risposta alle celebrazioni elettorali: domenica 4 dicembre ci sarà una giornata nazionale di protesta, anticipata già domenica 27 da cortei annunciati a Rabat, Casablanca e Tangeri. In quest’ultima città in particolare, secondo alcuni attivisti, la manifestazione sarà anche contro il Pjd che lì ha conquistato 4 seggi sui 7 in palio e pure contro Al Jazeera. La tv qatariota, infatti, secondo gli attivisti marocchini, non ha dato spazio alle ragioni del boicottaggio elettorale, allineandosi alle indicazioni del ministero dell’interno marocchino, puntualmente seguite dai media del paese.

di Joseph Zarlingo