Giuliano Bugani è un operaio in cassa integrazione. Ma è anche un giornalista e un drammaturgo. Per cui racconta. E racconta la fabbrica. Parabola di un mondo che si sta svuotando, in una storia che è anche la sua. Nello spettacolo Morte accidentale di una fabbrica, che andrà in scena sabato 26 novembre al Teatro Comunale di Dozza (Bologna), l’autore ha ricostruito attraverso i racconti degli operai, risalendo il fiume delle generazioni, la storia di due grandi aziende: la Omsa di Faenza (Ravenna), e la Fini Compressori di Zola Predosa (Bologna). Gli stabilimenti emiliani hanno visto assottigliare sempre più il loro corpo, costituito dai lavoratori. “Chiudono. Riaprono. Delocalizzano. Lavoratrici e lavoratori senza lavoro. Un disegno globale. Nel quale ogni singolo attore ha una responsabilità. Gli attori recitano. Ma qui tutti sono attori. Senza saperlo. Qualcuno invece, sa di esserlo. Qualcuno recita la sua parte. Di parte. Nuovi attori entrano nella commedia. Ma chi ha scritto come andrà a finire, non recita. Lascia recitare gli altri. E ad ogni pagina della commedia reale, si dipana sempre più la mano di chi scrive. Un federalismo grottesco cerca di nascondere il finale”.

Una storia di destini incrociati, che costituisce una denuncia forte e chiara: “Io alzo l’accusa verso destre, sinistre e sindacati. Nessuno ha saputo prevedere quello che negli anni ’80 veniva chiamato dumping sociale. Nessuno ha pensato di mettere una pezza su quello che si stava sgretolando”. Nulla a frenare la delocalizzazione, che oggi è esplosa “A vent’anni di distanza, la nuova definizione è : delocalizzazione. Ma tutto è come prima. Peggio di prima. Le fabbriche chiudono. Anzi riaprono. Lontano da dove sono nate e cresciute”.  A opporsi a questo, un vuoto legislativo: “In Italia, se vado ad aprire all’estero, non devo restituire niente allo Stato. Non c’è un legge che imponga, come avviene in Francia, a tutela dell’industria autoctona e della produttiva stessa del paese, una sorta di risarcimento: ho usufruito di incentivi, agevolazioni, della ricerca, e ora me ne vado. L’industria si arricchisce due volte così”. E le fabbriche, si spengono. “Una fabbrica può morire? – si chiede Bugani, figlio e nipote di operai – Una fabbrica, se può morire, vuole dire che ha vissuto”. E questa vita, viene messa in scena “da un uomo che racconta la sua storia, davanti a una fabbrica nuda, vuota”. Quando era piccolo, racconta, al posto dello stabilimento in cui ha lavorato, c’era un campo da calcio, sradicato per costruire un edificio che ora tace: “da grande, quest’uomo si ritrova senza nessuno dei due. Senza passato e senza futuro”.

Teatro di memoria che diventa teatro di denuncia. La deindustrializzazione del paese ha una causa ben precisa secondo lo scrittore: “dobbiamo trasformarci in uno stato militarizzato per favorire il progetto Africom”, il progetto Nato che prevedrebbe la guerra in Africa settentrionale secondo le stesse modalità di quella svolta in Medio Oriente, e con basi strategiche in Italia. La ricostruzione-denuncia verrà rappresentata nello spettacolo La guerra di Dio domenica 27 a Imola (Teatro Lolli): “In Italia, il potenziamento delle spese militari è cresciuto del 15% dal 2002. Ogni anno spendiamo 25 miliardi in armamenti”.

L’operaio dell’ex Eurodent , non è nuovo a questo tipo di narrazione. Inizia proprio davanti ai cancelli delle fabbriche di Bologna, a rappresentare quelli che prima erano semplici corti teatrali. Ma allora “lo facevo mentre il lavoro ce l’avevo ancora”. Tra i suoi spettacoli, Marzabotto,Reggio, 2 agosto 1980, il racconto di “stragi intrecciate da un filo nero”  e rappresentata due volte in occasione della celebrazione della strage alla stazione di Bologna; e I ragazzi del Salvemini, sulla strage all’Istituto Salvemini di Casalecchio del 6 dicembre 1990.

Durante la rappresentazione di Morte accidentale di una fabbrica, Bugani si avvarrà di una preziosa collaborazione: il monologo è accompagnato da un giovane talento, Gianluca Nuti. 17 anni e al sesto di conservatorio, il pianista dialoga con i racconti dell’autore, improvvisando su musiche da lui appositamente composte.