Giornata di tensione e sangue in Yemen dove i miliziani in borghese del presidente Alì Abdallah Saleh hanno sparato sui manifestanti riuniti a Sanaa. Sarebbero almeno cinque i civili uccisi e 27 i feriti, rimasti a terra il giorno dopo la firma, a Riyadh, dell’accordo con cui Saleh si è impegnato a lasciare il potere in vista di nuove elezioni.

L’accordo, sponsorizzato dai sei Paesi dal Consiglio di cooperazione del Golfo e accettato ieri da Saleh dopo tre rifiuti in poco più di sei mesi, garantirebbe la carica onorifica di presidente a Saleh per tre mesi prima di trasferire i poteri al suo vice, Abd Rabbo Mansour Hadi, incaricato di nominare un governo di unità nazionale con le opposizioni e indire poi nuove elezioni presidenziali.

Ma dopo mesi di repressione, scontri e richieste inascoltate, l’annuncio non è bastato agli oppositori. Soprattutto perché la bozza di accordo, sponsorizzato da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Bahrein, riconosce a Saleh un’immunità che in piazza del Cambiamento nella capitale, dove sono avvenuti gli scontri di questa mattina, è vissuta come uno schiaffo in pieno volto. Un salvacondotto per uscire, senza conseguenze, dalle repressioni degli ultimi mesi e da 33 anni al potere gestiti con il pugno di ferro, tra l’uccisione di oppositori e la corruzione dilagante.

Esattamente il contrario di quanto chiede a gran voce oggi la piazza, che avverte: le proteste continueranno fino a quando il presidente non sarà consegnato alla giustizia e processato per le centinaia di vittime provocate dalla repressione.

Al grido dei manifestanti “nessuna garanzia” e “processatelo”, gli uomini di Saleh hanno, dunque, risposto con gli spari nella zona di rue Zoubeiri, linea di confine tra l’area dei manifestanti protetta dai tanti militari che hanno scelto di disertare negli ultimi mesi e le forze del presidente. Non lontano dall’ospedale da campo allestito in Piazza del Cambiamento, da dove arrivano gli aggiornamenti sul bilancio delle violenze.

Nonostante l’inviato dell’Onu per lo Yemen, Jamal ben Omar, abbia definito la giornata di oggi “storica”, restano ancora molti i nodi da sciogliere, non affrontati nell’accordo. Dalla composizione del governo di transizione alla ridefinizione delle cariche ai vertici delle Forze armate, tenuto conto anche che uno dei figli di Saleh, Ahmed, è alla guida del corpo scelto della Guardia repubblicana e difficilmente la piazza accetterebbe una tale continuità.

Al contrario, sono molti i militari, anche di alto grado, che in questi mesi si sono schierati accanto agli oppositori, come il fratellastro del presidente, il generale Ali Mohsen al Ahmar, e che potrebbero giocare un ruolo di primo piano nella prospettata fase di transizione. Il tutto in un Paese decisamente poco stabile, percorso dalle rivalità di oltre 200 tribù, tenute a bada per decenni da Saleh con risultati alterni, la cui insofferenza crescente verso la gestione del potere presidenziale ha contribuito a rafforzare non poco l’opposizione e le proteste nel Paese.

Proprio l’instabilità crescente nel Paese, considerato negli anni scorsi un alleato occidentale (più o meno affidabile) nel contrastare il rafforzamento nella regione di cellule legate al terrorismo internazionale, sembra essere in cima alle preoccupazioni della diplomazia internazionale. Non a caso, il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Mark Toner, si è affrettato a salutare l’accordo di Riyadh come “un passo importante” verso la “transizione pacifica”. Sempre nella speranza che gli oppositori alla fine accettino l’accordo.

di Tiziana Guerrisi