Le tasse universitarie sono troppo care. E a denunciarlo non è qualche studente, chi non ha avuto la borsa di studio a causa dei tagli o deve lavorare per mantenersi gli studi. E’ un dato di fatto e a confermarlo ci ha pensato l’Udu, l’Unione degli Universitari che, attraverso un’indagine effettuata su 33 atenei italiani, ha segnalato che nel 2010 gli studenti hanno speso circa 218 milioni di euro in tasse non dovute.

Il tetto che le università dovrebbero rispettare, nello stabilire l’ammontare delle imposte da pagare ogni anno, è infatti fissato dalla legge. L’art. 5 del d.P.R. n. 306 del 1997 stabilisce che “la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 per cento dell’importo del finanziamento ordinario annuale ricevuto dello Stato”.

E’ evidente, però, come in molti atenei questa prescrizione sia stata aggirata. In primis dalla Carlo Bo di Urbino, che ha sfondato la soglia legale di oltre 10 punti, arrivando a chiedere agli studenti ben 7.566.420 euro in più solo nel 2010. La regione più irregolare è risultata la Lombardia, che si è classificata al secondo posto con l’università di Bergamo, e tra i primi dieci con la Statale di Miliano, col Policlinico, e con la Bicocca.

Ma anche l’Emilia Romagna non ha superato l’esame. Tra le più fuorilegge del paese c’è l’Università di Bologna, che ha raggiunto la decima posizione chiedendo ai suoi studenti tasse più alte per un totale di 28.953.392 di euro, il 27,4% del finanziamento ricevuto annualmente dallo Stato. Subito dopo si sono posizionate Modena e Reggio Emilia, undicesimo posto, con 5.940.094,40 di eccesso nel 2010, e poi Ferrara, al sedicesimo posto, che ha sforato il tetto di 5,8 punti percentuale.

Ma, come ha sottolineato l’indagine Udu, il fenomeno riguarderebbe circa la metà degli atenei italiani. L’allarme provocato dai risultati diffusi sul 2010 ha infiammato la rete, la notizia è stata rimbalzata di città in città e ora gli atenei d’Italia rischiano di dover pagare risarcimenti milionari.

A Pavia gli studenti hanno vinto la prima battaglia ed è stata proprio la sentenza ad aver fatto scoppiare il caso. Il Tribunale Amministrativo Regionale, infatti, ha accolto il ricorso presentato dall’Unione universitari, ha riconosciuto la validità dell’istanza e condannato l’UniPv a pagare un rimborso di 1,7 milioni di euro.

La responsabilità di questo comportamento irregolare tenuto dai rettori, che hanno violato una norma inserita proprio per evitare un eccessivo aggravio nelle tasche delle famiglie di chi studia, non è evidentemente solo degli atenei. La politica di tagli ai finanziamenti pubblici, portata avanti per anni, ha di fatto assottigliato drasticamente le disponibilità economiche delle università e minacciato la qualità degli insegnamenti.

“Noi non vogliamo certo far fallire gli atenei italiani” ha dichiarato Michele Orezzi dell’Udu, in una nota “vogliamo piuttosto porre l’accento su questo fenomeno: c’è un problema sostanziale legato al taglio delle risorse per le università”. Unito al rischio che, se le istituzioni non dovessero intervenire per risanare i conti degli atenei, il numero degli irregolari potrebbe aumentare penalizzando, non solo la qualità offerta formativa, ma anche le famiglie, costrette a pagare tasse sempre più alte, a fronte di aiuti quasi nulli da parte degli enti statali e locali.

Gli studenti hanno quindi chiamato a raccolta l’intero mondo accademico e lanciato un appello, nell’attesa che l’Università apra almeno un tavolo di discussione. “La situazione è grave e necessita un intervento deciso”.

“L’Ateneo prenda subito dei provvedimenti” hanno ribadito dalla Sinistra Universitaria “se non vuole dover restituire agli studenti centinaia di migliaia di euro. Noi continuiamo a batterci, in rappresentanza degli chi studia, per la legalità e per un’università giusta ed equa”.