Udienza importante, ieri al processo di Trapani per l’omicidio di Mauro Rostagno. È stato chiamato a testimoniare Francesco Milazzo, appartenente alla famiglia di Paceco, uno dei collaboratori di giustizia più importanti della provincia di Trapani.

Milazzo, entrato in aula con il capo coperto da un cappuccio, per non essere riconosciuto, ha esordito ricostruendo la figura di Vincenzo Virga, imputato come mandante del delitto.

Virga, racconta, fu nominato capomafia nel 1985, su decisione dei Messina Denaro. «Capo della cupola provinciale era Mariano Agate, quando arrestarono a questo, fu nominato capo della cupola provinciale Francesco Messina Denaro di Castelvetrano. Virga per noi era perfetto» dice Milazzo. «Era l’unico nominativo che poteva prendere questo incarico». Con Virga, ricorda Milazzo, fece due appostamenti per altrettanti delitti eseguiti da altri, quello di Girolamo Marino a Paceco e quello di Pietro Ingoglia a Trapani.

Il pentito parla poi dell’altro imputato, Vito Mazzara, accusato di essere uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Rostagno. Racconta della sua partecipazione a un altro omicidio, quello di un ladruncolo, tale Monteleone, che rubava senza autorizzazione. «Se Vito Mazzara sparava era difficile che la vittima si poteva salvare. Vito Mazzara di solito oltre al fucile aveva addosso anche un’altra arma, calibro 38. Erano armi che lui tenevca dentro in sacco. Vito Mazzara era un professionista dei delitti, era molto in gamba per sparare, faceva anche i tiri al piattello».

Il pentito spiega anche come Mazzara fosse abile nel manomettere le armi che usava per renderle non riconoscibili.

A informare il pentito sulla decisione di uccidere Rostagno fu, secondo il suo racconto, Vincenzo Mastrantonio, uomo d’onore della famiglia di Trapani, intimo di Virga. «Vincenzo Mastrantonio aveva con me ottimi rapporti, lui però era un fiume in piena, non era in condizione di tenere un segreto, era un pericolo “generico”. Mastrantonio lavorava all’Enel, era un operaio, faceva servizio a Trapani. Non faceva lavoro interno, usciva con i furgoni». Mastrantonio sovrintendeva alla centralina Enel che la notte dell’omicidio di Rostagno fu sabotata lasciando il territorio del delitto senza luce.

Suggestivo il racconto che Milazzo fa delle “visioni” in carcere delle trasmissioni di Rostagno da Rtc, i commenti dei mafiosi che gli davano del cornuto. «Parlando con mariano Agate mi bastava guardarlo in faccia per capire: io lo guardavo e capivo che Rostagno stava arrivando alla morte». E aggiunge altri particolari: «Per il delitto Rostagno mi chiesero di fare un sopralluogo presso la sede della tv dove lavorava Rostagno, a Rtc a Nubia. Il sopralluogo me lo fece fare Ciccio Messina di Mazara, capii subito cosa volevano fare, dopo qualche giorno lo incontrai e mi disse che tutto era a posto e che io non dovevo più interessarmi del delitto».

Secondo Milazzo, quello di Rostagno non fu un omicidio organizzato localmente, ma a un livello più alto: « Quando mi dissero di fare il sopralluogo capii che Rostagno era arrivato alla morte, che era arrivato il tempo di “ascipparici la testa”. Rostagno non è stato ucciso perchè attacava tutti noi, Rostagno è stato ucciso perchè ha toccato qualche nominativo che non doveva toccare, qualche nominativo che apparteneva a Cosa nostra. A Trapani, Paceco, Erice quel delitto non interessava, quello che era interessato al delitto di Rostagno era fuori dalla provincia di Trapani (secondo me dice). Era un delitto di Cosa nostra certamente ma l’interesse a ucciderlo non era trapanese. La mattina dopo il delitto incontrai Mastrantonio e mi disse “hai visto che è successo ai picciotti».

Questo articolo è stato scritto grazie alle trascrizioni effettuate in aula dal collega Rino Giacalone