A guardare a posteriori l’Italia degli ultimi vent’anni, l’impressione che si ricava, se si ha un occhio appena smaliziato, è quella di aver vissuto in un gigantesco villaggio vacanza. Uno di quei posti dove la vita è scandita dal ritmo di giochi di spiaggia, tornei di ping pong, spettacoli serali e giochi-aperitivo.

Protagonisti assoluti di queste strutture sono gli animatori. L’animatore è un tizio che, indifferentemente, fa da baby sitter ai bambini, da istruttore di tennis, da cantante o attore nei quotidiani spettacolini serali, da costumista o scenografo nell’improvvisare gli spettacolini suddetti, qualche volta perfino da barman o gelataio. Fa quello che capita e che è necessario in quel momento, senza avere nessuna competenza specifica, o quella poca, irrilevante, acquisita sul campo. Perché, suvvia, per lo spettacolino serale non c’è certo bisogno di una scenografia vera, magari bastano due sedie e un tavolino, e si crea l’effetto di un salotto. Non c’è mica bisogno di attori veri: bastano un minimo di memoria e un paio di battute pecorecce, e si crea l’illusione della commedia brillante. L’illusione, appunto.

A guardare dunque l’Italia degli ultimi quattro lustri, si ricava la stessa impressione. Non parlo solo della classe politica, né solo della cosiddetta classe dirigente. L’improvvisazione è totale, a tutti i livelli. A cominciare da politici e classe dirigente. Caricature di politici, si capisce. Farse di dirigenti, s’intende. Per far ridere il pubblico. Come quando ci si traveste da dottore e si scimmiottano i tic della professione, le idiosincrasie, i vezzi. L’orrore sta nel fatto che, a un certo punto, si è smesso di avere la consapevolezza di star recitando, e s’è creduto davvero di esser dottori, di poter far diagnosi, prescrivere medicine. Senza ricordarsi che quel che era in ballo era la salute del malcapitato che s’è ritrovato ad essere ammalato sul serio.

E nell’immensa saga dell’improvvisazione, in questo villaggio vacanze di infima categoria, s’è generata una sorta di follia collettiva, quella che gli psicologi chiamano “contagio psichico”.

Vero è che gli italiani son presuntuosi. Ce l’hanno nel codice genetico, non c’è niente da fare. Capiscono tutto di tutto, sanno tutto di tutto. Ogni quattr’anni, per esempio, trenta milioni di maschi italici diventan tutti allenatori della nazionale. Pure il barbiere, il portinaio, il macellaio. Stamattina il pescivendolo mi spiegava come mai i buoni del tesoro tedeschi siano andati invenduti: “Ci colpa lo spread, c’ho dicu io… Chi s’accatta, i titoli tedeschi? Rendono picca e nenti… il due percento… ‘un vale a pena… megghio chiddi italiani, puru chiddi spagnoli, sentisse a mia… Che fa, ‘nci ‘ncarto quattro triglie? Fresche, piscate stanotte… Taliasse che biedde, pareno ‘e martorana…” Dovessi mai fare una speculazione in borsa, non mancherei di consultarlo.

Però, fino a qualche lustro fa, la devianza da tuttologi pareva solo un’aberrazione che saltava fuori ogni tanto, per le chiacchiere da bar: tutto sommato innocua. Poi è diventata tragedia. Perché qualcuno s’è pigliato perfino la briga di elevare l’approssimazione da animatore a teoria ideologica. Sicché, secondo l’illustre pensatore, basta avere un pc per esser giornalisti, una videocamera per sentirsi registi, una tastiera per sentirsi scrittori. Del resto, a lui è bastato un poco di credulità per sentirsi un guru. E pazienza se non si sanno mettere quattro parole in fila senza stridore di congiuntivi, se pure nei filmati girati al compleanno venivano inquadrate solo le scarpe, se si rischia di rovinare ulteriormente mestieri fin troppo rovinati da sé.

Improvvisazione dopo improvvisazione, karaoke dopo karaoke, gli italiani non si son mai accorti che il loro palato diveniva sempre più rozzo, meno capace di distinguere tra un Barolo Fontanafredda del ‘54 e un vinello in brick. E dopo vent’anni si son trovati a inneggiare al vino da osteria.

Quello che abbiamo perso, ben prima della crisi, è stato il discernimento. E anche il senso del ridicolo. In fondo, abbiamo lasciato che i bottegai pigliassero il posto dei politici perché rappresentavano la quintessenza della mediocrità dell’italiano da villaggio vacanza. Incarnavano l’idea dell’uomo che s’è fatto da solo. Saltando tutto il passaggio della gavetta, si capisce. Perché siamo in un villaggio vacanza, e il lavoro, la fatica, il sacrificio, non  appartengono a questo mondo di animatori. E chiunque può improvvisarsi cantante, attore, scenografo, cabarettista, ma pure medico, insegnante, avvocato. Persino io potrei fare il pilota di Formula Uno.

Certo, per guidare, guido. Ma Alonso è un’altra cosa.