Un monopolio assoluto, il core business sempre la munnezza. Questo emerge dall’operazione condotta questa notte dagli uomini del Noe di Roma, guidati dal capitano Pietro Rajola Pescarini e dal colonnello Ultimo, su ordine della direzione distrettuale antimafia partenopea, pm Giovanni Conzo, Maria Cristina Ribera, coordinati dall’aggiunto Federico Cafiero De Raho. In manette l’imprenditore Salvatore De Vita, titolare di aziende e socio d’affare delle imprese del gruppo criminale. Il vertice del clan Belforte, egemone a Marcianise, in provincia di Caserta, è stato sgominato e ora la Procura di Napoli apre il capitolo dei colletti bianchi.

De Vita, fermato all’alba nella sua casa napoletana, è accusato di aver concorso esternamente alle attività del clan, trafficato illecitamente rifiuti, intestato fittiziamente la titolarità della società Ecopartenope per evitare le misure di sequestro patrimoniale oltre a riciclare denaro sporco di provenienza illecita. “Più volte – raccontano i pentiti – Pino Buttone (tra i vertici del clan) disse ai suoi affiliati di investire nel settore dei rifiuti: “Siete ignoranti. Altro che droga!”. Nell’operazione di questa mattina è stato notificato un ordine di arresto in carcere anche per il capoclan Salvatore Belforte. Un settore inquinato, quello dei rifiuti, che non lascia spazio alla concorrenza. A Belforte viene contestata anche l’estorsione ai danni di un imprenditore che aveva avuto l’ardire di operare in terra casertana senza il consenso del clan. Nell’ordinanza, grazie alle intercettazioni ambientali, vengono riportate le conversazioni tra due titolari di società che parlano prima della consegna dell’ennesima estorsione. “Siamo imprenditori che cerchiamo di fare gli imprenditori (…) ci dobbiamo mettere paura di questo e quell’altro, mentre loro se ne strafottono (…) Io mi spavento, ormai è un incubo, qualunque macchina si avvicina al cancello”.

I Belforte, con diramazioni nel Lazio così come in Lombardia nel settore dei rifiuti, erano arrivati con la loro impresa Sem a gestire l’appalto della Recam, ora Astir, società regionale campana che si occupa di bonifiche, oggi indebitata con i lavoratori che protestano perché non prendono lo stipendio da tre mesi. Il clan ha creato, da un lato, società di intermediazione, come la Ecomediterranea, per accaparrarsi soldi e, dall’altro, aziende vere, come la Ecopartenope, dove gli imprenditori erano costretti a portare i rifiuti. Il gruppo criminale guadagnava di fatto due volte nella fase dell’intermediazione e dello smaltimento. Non solo. Il clan creava società ‘cartiere’ per fatturazioni false e ditte in grado di monopolizzare ogni anello della filiera del rifiuto. Chi non era colluso con il clan doveva pagare il pizzo per operare nel settore e rivolgersi alle aziende ‘segnalate’.

Un modello rodato che significa guadagno e illeciti ambientali. L’ordinanza di custodia cautelare spiega il meccanismo. Dopo la Sem, impresa satellite del clan, nasce la Enertrade, cambia solo il nome. Basta menzionare un episodio per capire la condotta. La ditta doveva conferire i fanghi delle acque reflue. Per tre anni li smaltisce in un impianto non adeguato a trattarli, l’azienda paga 10 centestimi al chilo a fronte di 150 lire che sarebbe stato il costo effettivo, risparmiando in 36 mesi oltre un milione di euro attraverso la falsificazione dei codici del rifiuto.

Uno schema che si avvaleva di prestanome e colletti bianchi, molti ancora da scoprire. Tra questi Salvatore De Vita. I pentiti raccontano anche il controllo da parte delle aziende della camorra nella costruzione delle piattaforme per ospitare le ecoballe, ma anche l’ingerenza nella realizzazione degli impianti durante la gestione commissariale. Michele Froncillo, pentito dei Belforte spiega gli interessi di molteplici clan nell’affare: “Nel 2000 ci sono state due assegnazioni di lavori di 15 miliardi di lire per la costruzione di impianti di Cdr: una relativa all’impianto di località Pascarola del Comune di Caivano ed un’altra per l’impianto di S. Tammaro. L’aggiudicazione non fu fatta a favore di Buttone (legato ai Belforte, ndr), ma a favore delle società di Moccia e del clan dei Casalesi di Pasquale Zagaria, per cui noi Belforte ci dovemmo accontentare di quote delle estorsioni spettanti al gruppo in proporzione rispetto alla quota estorsiva totale”.