Gioventù, amore e rabbia. Parte da Bologna, Luca Telese, firma del Fatto Quotidiano, per raccontare le “Storie di chi vuole cambiare un’Italia che non ci piace più”, come recita il sottotitolo. Un pronome, quel “ci”, che racchiude quell’Italia “che non è parente di nessuno, senza salvacondotti e fuori dalla stanza dei bottoni”.  In mano al conduttore di In Onda, la presentazione alla Librerie Coop Ambasciatori a Bologna, diventa un appassionato spettacolo che tiene i presenti che riempiono la sala incollati a sedie e gradini.

Alternando alla verità drammatica di temi seri, battute di spirito ottenute semplicemente riportando dichiarazione e gesta della classe politica, Telese riporta lo spaccato di “un paese sul filo della lama, culturalmente ed economicamente”. Sono voci di persone sulle cui vite è impresso il marchio della crisi, quelle raccolte dal giornalista: dagli operai della Fiat costretti a firmare un contratto che dimentica lo Statuto dei lavoratori, a quelli costretti all’autoreclusione all’Asinara, “metafora della perdita del lavoro”; dai giovani giornalisti precari pagati 4 euro a pezzo, alla “gara truccata tra le generazioni”. Per dirla con le parole dell’autore: Un viaggio nell’Italia della nonnocrazia, del non lavoro, dei precari sfruttati e della protesta.

Proprio dalla vicenda Fiat, Telese sceglie di iniziare il racconto: “è una parabola sull’industrializzazione, sul mercato, che inizia a Termini Imerese e finisce con 2500 persone in mezzo alla strada. Purtroppo, molte delle cose che ho ipotizzato quest’estate, si sono realizzate”. Non abdica alla denuncia, il giornalista, e ricorda che il caso Marchionne è una “vicenda picaresca raccontata secondo quanto conviene a chi la gestisce. La battaglia sui contratti a Mirafiori serviva per coprire il vero problema e cioè che Chrysler ha comprato Fiat e non il contrario. Ma un paese che perde la più grande industria nazionale, è un paese sull’orlo del baratro. L’unico – incalza – che al posto degli incentivi finalizzati alla permanenza sul territorio, ha promosso quelli alla delocalizzazione. D’altra parte Berlusconi ha commentato che ‘se Marchionne va fuori dall’Italia, lo capisco’”.

La presentazione è anche una occasione per fare una riflessione sul mestiere del giornalista, “metafora della precarizzazione” . Il capitolo nel libro è dedicato all’amica, collega e compagna di precarietà al Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, come il simbolo del “nobile e spericolatamente coraggioso modo di fare giornalismo contro la committenza”. Sceglie la cronista (non a caso ribattezzata in seguito la ragazza che voleva andare a vedere da Gabriella Saba) che pur di raccontare l’Afghanistan del 2001, sulla strada per Kabul ci ha lasciato la vita, perché “Maria Grazia è una vittima della guerra, non c’è dubbio. Ma è stata anche – per me – una vittima della precarietà” come scrive lo stesso Telese.

Vent’anni fa si rimaneva in equilibrio in attesa del rinnovo dei contratti, ricorda la firma del Fatto “che per ottenere il tesserino ha impiegato 12 anni”;  mentre oggi i colleghi devono “battere furiosamente centinaia di pezzi nel tentativo di mettere insieme uno stipendio privo di qualunque garanzia”. Non solo: “Prima di me, c’era il tempo dei maestri. Erano padri cui potevi discutere. Oggi invece, i ragazzi si formano in assoluta solitudine cercando di diventare un tuttologo e lavorando anni con giornali che per loro sono solo un indirizzo mail”.

Naturalmente, non risparmia la classe dirigente: “l’unico luogo in cui certe notizie sembra che non arrivino, è la politica. Ma d’altronde – ironizza – il prode Scajola non sapeva nemmeno che gli avessero pagato una casa”. Il fatto è che “siamo stato governati da ministri che erano al di la del bene e del male. Erano zucche e lui, B., li ha trasformati in principi. Ma quando il carisma viene meno, il meccanismo si ribalta”. Ora il governo Monti, che bisognerà continuare a indagare non meno del precedente, perché “mi pongo un dubbio: quando il tecnocrate, che non ha una base elettorale che può venirgli meno, fa qualcosa che non ci piace, cosa facciamo? Non voglio trovarmi a rimpiangere la vecchia guardia. In questo momento di democrazia sospesa dobbiamo mantenere l’idea di cittadini utili, perché anche se ci siamo liberati di Berlusconi, è rimasta una certa idea del berlusconismo: che noi infondo siamo solo sudditi”.

Prima di salutarlo gli chiediamo come vede la partenza del Fattoquotidiano.it edizione Emilia Romagna, che commenta così: “Ottima, direi. Il nostro è un giornale che mette radici. Ricordiamoci anche che il Fatto è iniziato su internet: grazie a questo si è trasformato in un giornale cartaceo (e proprio a questa sfida è dedicato un capitolo del libro, ndr). E l’edizione locale consente di mettere in evidenza quelle realtà che di solito fatichi a conoscere”.