Ieri la presentazione delle dimissioni da parte del governo guidato da Essam Sharaf, oggi l’annuncio di un parziale passo indietro dei militari. Dopo giorni di scontri pesantissimi, con circa 40 vittime al Cairo, 1700 feriti e una repressione definita da Amnesty International a tratti più feroce di quella ordinata a gennaio da Mubarak, il Consiglio supremo delle Forze armate egiziano ha accettato le dimissioni del governo e avrebbe aperto a un nuovo esecutivo di salvezza nazionale per realizzare gli obiettivi della rivoluzione del 25 gennaio, forse a guida di Mohammed Mustafa El Baradei.

Ma i vertici militari, ha sottolineato in un discorso televisivo alla nazione la guida del Consiglio Hussein Tantawi, sono disposti a “cedere i poteri dopo un referendum popolare”. Non prima. Tantawi ha annunciato poi la data delle elezioni presidenziali, invocate ripetutamente dai manifestanti, “entro la fine di giugno” del 2012, e confermato “il calendario stabilito” per le consultazioni parlamentari che vedranno il primo turno lunedì prossimo.

“Siamo rammaricati della morte delle vittime degli incidenti”, ha detto il maresciallo aggiungendo che “Non siamo desiderosi di potere, ma siamo pronti a lasciare se lo dirà un referendum” e sottolineando che “l’esecutivo manterrà le sue funzioni fino alla nomina di un nuovo governo”. La piazza, però, non molla: dopo mesi di delusioni e prevaricazioni, la garanzia delle elezioni presidenziali a giugno non basta. E i dimostranti, che già nel pomeriggio si erano detti pronti a rimanere in strada fino alle dimissioni ufficiali del Consiglio supremo delle Forze armate, davanti alle parole di Tantawi hanno risposto con slogan come “Il popolo vuole la caduta del maresciallo”.

Il discorso del maresciallo è arrivato al termine di una giornata concitata, con una mattinata segnata da qualche scontro in piazza Tahrir, la decisione di una riunione d’urgenza del Consiglio militare con le forze politiche del Paese per uscire dall’impasse e l’appello della Coalizione dei giovani rivoluzionari per una nuova manifestazione. Obiettivo: portare nella piazza simbolo della rivoluzione un milione di persone come a gennaio, stavolta per protestare contro la giunta militare.

E proprio in piazza Tahrir, mentre i vertici dell’esercito discutevano sul da farsi, si è fatta largo l’ipotesi di spingere per un governo di salute nazionale guidato dai quattro principali candidati presidenziali: il liberal ex direttore generale dell’Agenzia Atomica Internazionale Mohamed el Baradei, il leader del partito Karama e candidato della sinistra Hamdeen Sabahi, il Fratello Musulmano Abdel Moneim Aboul Foutouh e il candidato salafita Hazem Abou Ismail.

Una soluzione per dimissionare la guida militare, fermare le violenze degli ultimi giorni e tentare di lasciarsi alle spalle la repressione degli ultimi dieci mesi, condannata duramente anche da Amnesty International nel rapporto “Promesse mancate” pubblicato oggi.

Nel durissimo bilancio dell’organizzazione internazionale si fa riferimento a violazioni dei diritti umani, dagli arresti arbitrari alle torture, in alcuni casi peggiori di quelle perpetrate sotto Mubarak. Con l’uso delle corti marziali “per processare migliaia di civili, la repressione delle proteste pacifiche e l’estensione dello stato d’emergenza in vigore all’epoca di Mubarak”, secondo Philip Luther, direttore di Amnesty per il Medio Oriente, il Consiglio militare ha “perpetuato la tradizione di governo repressivo” di Mubarak. Di fatto “Gli scopi e le aspirazioni della rivoluzione del 25 gennaio sono stati fatti a pezzi”. Ad agosto, del resto, gli stessi militari avevano ammesso che circa 12mila civili erano stati processati dai tribunali militari con procedure gravemente inique e almeno 13 persone sono state condannate a morte.

Intanto si muovono le diplomazie occidentali. Bruxelles lancia un appello alla “calma”, come la Casa Bianca che si dice “profondamente preoccupata” per le violenze degli ultimi giorni, e snocciola la ricetta europea per i prossimi mesi. “A breve termine l’Ue punta sulla pressione politica – ha spiegato Michael Mann, portavoce dell’Alto rappresentante Ue alla Politica estera Catherine Ashton – E nel lungo termine invece su una sorta di pressione economica, un incitamento alle riforme” democratiche. Riassumibile nella ricetta del “più fondi a chi fa più riforme”.