Hanno dovuto aspettare quasi vent’anni, ma alla fine il tempo è stato galantuomo. Nascosti fra le pieghe di Forza Italia prima e del Pdl dopo, mimetizzati fra i Ds e il Partito Democratico, imboscati anche fra la Lega, l’Udc e perfino tra le fila di Rifondazione Comunista e di IdV. Da qualche mese sono ricomparsi.

Prima timidamente, in qualche trasmissione televisiva dallo share incerto, poi via via sempre più arditi, fino alla prima serata, nei programmi di punta. Fra i primi, Paolo Cirino Pomicino, condannato a un anno e otto mesi di reclusione per finanziamento illecito (tangente Enimont) e con alle spalle un patteggiamento di due mesi per corruzione per fondi neri Eni. Inoltre è stato coinvolto nella cattiva gestione dei fondi per il terremoto dell’Irpinia del 1980 (circa 60mila miliardi di lire), ma i reati sono stati prescritti per decorrenza dei termini processuali. Eppure, agli italiani è parso di sentire, al suo manifestarsi, un vago odore d’incenso. Una reminescenza antica, rassicurante, come l’odore delle cartelle di quando noi s’andava a scuola da piccoli e pareva che nulla potesse toglierci la beatitudine dell’innocenza, la sicurezza del futuro, la certezza che domani sarà sempre domenica.

Dopo aver ascoltato per anni le zuffe televisive dei vari Ghedini, Santanchè, Capezzone, le polemiche rissose di Sgarbi e Paolo Guzzanti, le dispute litigiose di Bersani, Bindi, dei politici e politicanti dei vari partiti, partitucoli, anime e schieramenti di destra e di sinistra, gli italiani sono restati affascinati, basiti, ipnotizzati come cobra di fronte all’incantatore di serpenti. Perché Cirino Pomicino è un politico di razza, della vecchia scuola. Non grida, non strepita, non inveisce, non interrompe, non offende. Al massimo schianta con un filo di ironia di matrice andreottiana. Non ha bisogno dei mezzucci da baraccone di fiera o della Pnl da marketing pubblicitario. Ascolta, ribatte, replica, reagisce. Ma con garbo, autorevolezza. Non sposta l’attenzione, affronta a viso aperto anche l’accusa di essere pregiudicato. Ha pagato il suo debito, è stato reintegrato, e tanto basta. Ascoltarlo è riposante per le orecchie, ma non per il cervello. E la sensazione che lascia è di uno che sa quello che dice, di uno che conosce la storia e l’ha vissuta, non s’è improvvisato.

Le stesse sensazioni che suscita anche De Mita, uscito indenne dal terremoto giuridico e istituzionale di Tangentopoli grazie all’amnistia del 1990 che ha eliminato i risvolti penali dai reati di corruzione e concussione commessi sino al 1989, e apparso a In Onda ieri sera in un alone traslucido di istituzionalità. Perfino gli abiti che indossava profumavano di Democrazia Cristiana: un gessato grigio tra i più classici, una cravatta a tono che da sola narra una lunga storia di strette di mano, il rimpianto di un tempo in cui gli uomini di governo non suscitavano risate, sberleffi e dileggio.

La verità è che gli italiani lo sanno, lo hanno sempre saputo. Toccherà a loro stringere la cinghia, toccherà a loro far nuovi (ma son nuovi davvero?) sacrifici, toccherà a loro ripulire il salone di casa dopo feste e gozzovigli durati quasi vent’anni.  Ecco, l’impressione, a guardare ed ascoltare Monti, Cirino Pomicino, De Mita, è che siano tornati gli adulti in una casa gestita da ragazzini e preadolescenti per un tempo troppo lungo.

Un tempo in cui il lassismo ha regnato sovrano. Un tempo in cui quelli che avrebbero dovuto aver cura del bilancio familiare hanno passato il tempo a gareggiare a chi sputa più lontano. Un tempo in cui s’è fatta la spesa come la fanno i ragazzini, riempiendo il carrello di dolciumi e patatine, di cioccolata e inutile paccottiglia, dimenticando il pane, il latte, le bistecche. E pazienza se per comprare dolciumi e patatine, cioccolata e paccottiglia, si son dovuti vendere i gioielli di famiglia. E pazienza se i vicini si lamentano per la musica troppo alta, per i bagordi in giardino: dopo un po’ ci si sono abituati. Solo che, a un certo punto,se non si vuole che la casa sprofondi, bisogna proprio che tornino gli adulti. E riprendano il controllo della situazione.

E si tira tutti un sospiro di sollievo. Ci si rinfranca. Perché questi sanno quello che fanno. Non s’improvvisano, non sono estemporanei, non sono approssimativi. Sanno parlare da pari a pari coi vicini che han chiamato la polizia per gli schiamazzi, sanno scusarsi per il disturbo, sono credibili quando rassicurano che non accadrà ancora.

Gli italiani, diciamoci la verità, non sono un popolo rivoluzionario, non sono un popolo di ribelli. Vogliono essere guidati, rassicurati, spogliati dalla fatica del pensiero critico, dalla tensione del sapere troppo. Importa poco chi siano questi adulti venuti a ripulire casa, a far la spesa. Purché il frigo sia di nuovo pieno, il marmo del salone lucidato a specchio. Importa poco perfino sapere che sono lupi. Anzi, quel loro esser lupi li rassicura, e non importa neppure sapere che quei lupi morderanno.

Perché esser morsi da un lupo è messo in conto. Quel che disturba è essere morsi da una pecora.