Inizia nel peggiore dei modi la settimana di Piazza Affari, travolta dai ribassi delle sue blue chips e dai timori di un aggravamento della crisi debitoria nel Continente. Alla fine delle contrattazioni, l’indice Ftse Mib chiude a -4,74% trascinato sul fondo da Fiat (-6.84%), Eni (-3,41), Enel (-4,70), Unicredit (-2,99) e ovviamente Finmeccanica (-6,60). Molto male, in giornata, tutte le principali borse di Eurolandia con Parigi che cede il 3,41% contro il -3,35 di Francoforte e il -3,48 di Madrid. Male, infine, anche i titoli di Stato: lo spread Btp/Bund aumenta a 475 punti base (erano 466 venerdì), ma ad allargarsi, rispetto alle obbligazioni tedesche, sono anche i differenziali sui titoli spagnoli (462 punti contro i precedenti 443) e francesi (saliti da 150 a 161 punti).

A pesare negativamente sulla giornata borsistica sono soprattutto due grandi fattori di preoccupazione: l’irrisolto problema del deficit americano e i sempre maggiori timori di un deterioramento dei conti pubblici francesi. Le ultime notizie provenienti da Washington danno ormai per fallito l’operato della super commissione creata ad hoc dal governo Usa per studiare una diversa strategia di contenimento degli interessi sul debito. L’obiettivo principale dei 12 consiglieri – tagliare il deficit statunitense di circa 1.200 miliardi di dollari nel prossimo decennio – appare ormai irraggiungibile. Troppi, infatti, i punti di scontro tra gli esponenti democratici e i loro colleghi repubblicani, ad oggi vanamente impegnati nella ricerca di un accordo su tasse e tagli di bilancio (soprattutto alle voci assistenza sociale e spesa sanitaria). In attesa di una soluzione, che a questo punto difficilmente potrà arrivare prima delle elezioni presidenziali del 2012, le principali agenzie di rating restano sul chi va là, anche se un ulteriore declassamento del rating Usa sembra per il momento ancora molto lontano.

Assai più probabile, in un orizzonte di breve periodo, è invece il downgrade francese, una prospettiva che molti, ormai, sembrano dare ampiamente per scontata. Già membro dell’esclusivo club della tripla A (insieme ad altri 5 Paesi di eurolandia), la Francia sconta ora una crescente diffidenza dei mercati tradottasi in un vertiginoso aumento dei costi di finanziamento. Il differenziale di rendimento tra i decennali di Parigi e gli omologhi berlinesi è quasi triplicato rispetto a questa estate (quando valeva appena 60 punti). In termini relativi si tratta di un peggioramento senza eguali nel Continente. A spaventare gli investitori non è tanto la dimensione del debito (equivalente all’83% del Pil transalpino) quanto la fragilità del sistema bancario, il più esposto in assoluto agli svalutati titoli greci, e le scarse prospettive di crescita per il prossimo anno (non più dell’1% secondo Moody’s). Adesso il timore è che di fronte alla situazione attuale, le agenzie di rating prendano quella decisione logica nell’aria da tempo e che il conseguente declassamento possa produrre una rinnovata ondata di panico nel mercato obbligazionario sovrano di Italia e Spagna aggravando ulteriormente la crisi europea.

A sventare la minaccia – se non quella di un downgrade perlomeno quella di un successivo panic selling – potrebbe pensarci un deciso cambio di rotta nella strategia della Bce. Ma questa prospettiva, si sa, è ancora molto remota. A sintetizzare al meglio il clima che si respira in questi giorni all’Eurotower sono le parole pronunciate in mattinata dal portavoce del governo tedesco Steffen Siebert, secondo il quale gli eurobond ”non risolverebbero il problema alle radici”. Decisamente un pessimo punto di partenza in vista della riunione di mercoledì nella quale, a quanto si dice, la Commissione europea dovrebbe avanzare, al contrario, proprio questa ipotesi. Al progetto eurobond, per altro, si affianca ormai da qualche tempo quella proposta “rivoluzionaria” per una trasformazione della Bce in un prestatore di ultima istanza, una sorta di Fed continentale con il potere di stampare moneta al solo scopo di garantire la piena solvibilità di tutti i debiti dei Paesi membri. Un’opzione, quest’ultima, che trova oggi sempre maggiori consensi (da Paul Krugman fino a Guido Rossi) ma che si scontra con la necessità di una complicata riforma dei trattati Ue oltre che con i timori, soprattutto tedeschi, di una conseguente crisi sul piano dell’inflazione.