Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, è venuto a Bologna per inaugurare la settimana di incontri promossa dal Comune in occasione della Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia. La Convenzione, che sancisce i diritti dei bambini e le responsabilità degli adulti nei loro confronti, venne approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. A sostenerne il valore, il sacerdote che ha dato battaglia alle mafie, e che racconta un’Italia che ha bisogno di nuova cura. Proprio a partire dai bambini, gli adulti di domani.

“Sulla porta del reparto di onco-ematologia nell’Ospedale dei bambini di Torino, i medici hanno scritto: quando curi una persona puoi vincere o perdere. Quando ti prendi cura di una persona, puoi solo vincere. Noi dobbiamo prenderci cura dei nostri bambini. È una vergogna, che a un bambino che nasca qui, non venga riconosciuta subito la cittadinanza. Come si fa a privare di questa attenzione, e di questa dignità, la storia e i percorsi della persona? Queste giornate non devono diventare celebrazioni, ma occasioni perché le persone indaghino le proprie responsabilità.”

Don Luigi Ciotti, che futuro vede per i bambini e per la fantasia?

Io sono preoccupato. Loro sono meravigliosi, hanno fantasia, creatività, ma non prendiamoli in giro, i bambini. Perché a parole sono capaci tutti. Abbiamo celebrazioni in tutto il mondo, ma in Italia abbiamo 2 milioni di minori che vivono la povertà relativa soprattutto al sud, e 650mila che vivono in povertà assoluta e con loro le loro famiglie. È un momento di grande fatica, di grande smarrimento. E poi abbiamo politiche sociali che, in generale, stanno penalizzando la società. Se guardo il fondo sociale che è andato a togliere il fondo per gli asili nido ad esempio, faccio fatica a star seduto. C’è una schizofrenia fra il dire e il fare, in Italia. Questa è una società che se non mette il capitale più importante, quello umano, al centro, è una società che impoverisce se stessa.

Recentemente a Bologna si è molto discussa l’assegnazione di fondi pubblici alle materne private cattoliche, in un momento in cui la scuola pubblica verte in condizione di sofferenza. Cosa ne pensa di questa distribuzione?

Mi piacerebbe che si creassero condizioni per cui tutti possano operare rendendo un servizio agli altri, mettendo la scuola pubblica in grado di avere mezzi, spazi, dignità per chi ci lavora. Ben vengano le realtà private se accettano delle regole e che non facciano lucro. Il grave è quando mancano i posti alle scuole pubbliche. Attenzione: dobbiamo gridare con forza che abbiamo bisogno di asili nido per tutti e di una scuola materna che funzioni e dia dignità a tutti. Abbiamo dei vuoti e una penalizzazione economica impressionante nel nostro paese, per cui noi dobbiamo chiedere a chi di dovere che si indirizzi a creare queste condizioni innanzitutto. L’istruzione è un diritto, l’abbiamo scritto nella Costituzione. E la spina dorsale della Costituzione è la responsabilità. Quindi la responsabilità della politica è creare le condizioni perché ci siano i servizi per tutte le persone. A cominciare dalle fasce più deboli e più povere.

Cos’è la responsabilità, Don Ciotti?

Responsabilità è rispondere, questo è anche il suo valore etimologico. E la prima risposta è guardarci dentro e assumerci la nostra responsabilità. Non dobbiamo chiederlo soltanto agli altri, ma anche a noi: siamo chiamati alla corresponsabilità. La “responsabilità” chiede non solo un’educazione alla responsabilità, ma anche la responsabilità dell’educare – che sta molto, ma molto prima dell’educare alla legalità: se si responsabili, infatti, c’è un rispetto e una pratica delle leggi. Nel nostro paese la responsabilità è stata molto calpestata. Molto egoismo sociale, molte forme di individualismo. E questa grande crisi mondiale è innanzitutto una crisi di mancanza di responsabilità. È una crisi etica.

Come vede il nuovo governo italiano?

Certamente è un momento di cambiamento. Io mi auguro che non sia solo un governo tecnico, ma innanzi tutto un governo etico, che recuperi un po’ la trasparenza, la chiarezza, la sobrietà, nel fare delle cose concrete nell’interesse della collettività, al servizio del bene comune. Abbiamo avuto una stagione in cui le preoccupazioni più emergenti sono state più per la tutela delle proprie vicende giudiziarie, per le leggi ad personam in favore della propria immunità, invece di essere al servizio della comunità.

Pensa che le personalità nominate dal presidente Monti, con importanti curricula ed esperienze in ambiti generalmente non politici, possano garantirci questo servizio?

Credo che il nostro dovere è quello di chiedere conto e di vedere i fatti concreti. Soprattutto di non fare sconti a nessuno, nel chiedere la concretezza, l’onestà, ma soprattutto i contenuti: non mi basta solo la trasparenza nella politica, voglio anche i contenuti, i progetti, le proposte reali. Quindi mi pare doveroso saper attendere e collaborare dove possibile. Ma che non venga meno il coraggio della denuncia, della parola se non vengono fatte le cose che devono essere fatte.

Con  Libera, lei ha sempre avuto molti ragazzi intorno, di cui è stato in grado di smuovere le intenzioni concrete. Come vede i giovani che in questi mesi stanno manifestando in maniere diverse?

Sono meravigliosi, i giovani. Libera è una rete nazionale e internazionale ormai, che coinvolge 1600 associazioni nazionali – dall’Arci agli scout dell’Agesci, dall’azione cattolica al movimento sindacale, dall’unione degli studenti alla chiesa valdese: una grande trasversalità. Il mondo dei giovani è un mondo che c’è, che ha voglia di cose concrete, di un cambiamento reale.

Sono arrabbiati, i giovani. Non è pericolosa, la rabbia?

Io credo che una sana rabbia, sia legittima. lo diceva anche Sant’Agostino: “la speranza ha due bei figli: la rabbia nel vedere come vanno le cose; il coraggio nel vedere come potrebbero andare”. La chiamo sana rabbia perché ci si arrabbia per le cose che si amano. Quando si vedono le ingiustizie, la violenza, la sopraffazione; quando vediamo che c’è gente che perde la vita per cercare lavoro, che perde la vita sul lavoro, che si toglie la vita perché ha perso il lavoro; quando abbiamo toccato con mano la vendita della speranza come merce, le facili illusioni, la crescita del gioco d’azzardo e delle lotterie; quando ci siamo sentiti presi un pochettino in giro; beh, un po’ di rabbia mi pare legittima. Proviamo poi a trasformare questa rabbia in un maggiore impegno, in un’assunzione di responsabilità. Io lo vedo con Libera e nella storia del Gruppo Abele, migliaia di giovani che stanno trasformando questa rabbia in generoso, attento e umile incarico

Possesso, bellezza a oltranza, denaro, volgarità: sono caratteristiche da lei attribuite alla mafia e che l’accomunano a una certa politica. Come si estirpano?

Attenzione, perché quelli che per la mafia sono i valori, gli elementi caratteristici del gioco criminale –mafioso ma non solo – sono presenti nelle nostre case tutti i giorni. Quando vedo certe forme di pubblicità, certi programmi, certi messaggi orientati all’apparire, al denaro, al potere, quelli sono esattamente gli obiettivi delle organizzazioni criminali mafiose. Fare affari. Il potere. Il denaro. Ce l’abbiamo lì. Il linguaggio mafioso è in casa nostra. La volontà di un cambiamento ci vuole anche rispetto al mondo del sapere, dell’immagine: certe trasmissioni certo non aiutano a prendere coscienza, a scendere in profondità, anzi.

Come reagisce la popolazione emiliano romagnola, all’idea che ci siano infiltrazioni mafiose anche nel proprio territorio?

Non è più infiltrazione, sono insediamenti. Qualcosa è cambiato. Questa è una mafia liquida, che penetra nelle fessure del sistema. Questo ci deve non far dimenticare che la forza della mafia sta fuori dalla mafia. Le mafie raggiungono i loro scopi perché trovano delle anse sui territori. Hanno contatti col corpo sociale, con professionisti che si mettono al loro servizio. Hanno il sostegno diretto e indiretto di segmenti della politica. Dobbiamo prendere coscienza di questo dato. Il secondo dato è l’invito a tutti del coraggio della denuncia. Noi abbiamo trovato molto forte al nord quell’omertà che imputiamo agli imprenditori del sud. È stata il giudice Boccassini a denunciare con stupore che anche di fronte all’evidenza di alcuni fatti, molti imprenditori hanno preferito tacere e rendersi complici di tutto questo. Però mesi fa sono stato a Modena a firmare un protocollo d’impegno di tutti gli ordini professionali contro l’illegalità. Non l’etica delle professioni, ma l’etica come professione. L’elemento essenziale della tua professione dev’essere la dimensione etica, e se dentro il tuo organismo ci sono persone che non rispettano le regole: fuori, senza sconti. Ultima cosa: io mi stupisco di chi si stupisce, perché le mafie al nord ci sono da oltre 50 anni.