L’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana, recita:

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

Partendo dal “libro dei diritti e dei doveri” cercherò di spiegarvi come, secondo me, raggiungere l’obbiettivo di una sanità pulita e dignitosa per tutti.

Mia madre diceva sempre: “La salute viene prima di tutto”. Proprio per questo vecchio principio occorre che tutti, per poter vivere nel termine ampio, possano essere visitati, curati e, quando possibile, guariti con pari opportunità nel rispetto della dignità del cittadino che diventa, suo malgrado, paziente.

Un paziente è una persona che si rivolge a un medico o a una struttura di assistenza sanitaria per accertamenti o problemi di salute. Il termine deriva dal latino patiens intendendo “sofferente” o “che sopporta“. Il medico invece, dal latino medicus, è colui che conosce e cura le malattie.

Il medico quindi ha una fortuna enorme. Ha la possibilità di alleviare le sofferenze umane. Questa fortuna però non deve essere confusa, ma soprattutto non deve essere utilizzata, come mezzo per sentirsi “padrone” del paziente. Il paziente che soffre è debole e vulnerabile. Il medico non deve, approfittandosi dello stato di chi con fiducia si rivolge a lui, esserne prevaricatore in nessun modo ma, scendendo dalla cattedra come fa un buon educatore, immergersi nelle vesti del paziente. Deve visitare in pratica come vorrebbe che fosse fatto a sé. Deve curare come vorrebbe che fosse fatto a sé. E deve guarire come vorrebbe che guarissero lui.

Inoltre, proprio perché è custode del bene fisico del cittadino-paziente, deve essere consapevole dei propri limiti e chiedere consulto nel caso di dubbi. Quando termina i suoi studi giura il Giuramento di Ippocrate che è la serie di regole che, al pari della Costituzione, ogni medico deve  rispettare nel corso della sua vita professionale.

Anche il medico, secondo me, deve seguire nella sua pratica quotidiana i principi di una società orizzontale e, come dice Gherardo Colombo nel suo libro Sulle regole a pagina 55, “controllare se effettivamente tutti sono trattati allo stesso modo, sotto qualsiasi profilo (le assunzioni del personale, l’erogazioni delle prestazioni, la correttezza delle procedure)”.

Il medico deve seguire i protocolli di cura studiati e sperimentati in gruppo per il paziente. Il medico deve impegnarsi nella cura del paziente con tutte le sue possibilità e per fare ciò deve utilizzare tutte le apparecchiature e gli esami che permettono una diagnosi precisa. Ma non deve eseguire esami inutili, che hanno anche un costo sociale enorme. Deve utilizzare tutti i farmaci che ha a disposizione solo nell’interesse del paziente e deve evitare di prescrivere farmaci inutili, anch’essi causa di ricaduta economica sociale. Il medico deve intervenire chirurgicamente solo quando la terapia medica non ha successo e quando sia strettamente indispensabile per il bene del paziente.

In sanità per ottenere questo occorrerebbe che il medico venisse controllato maggiormente dalle istituzioni. Mi spiego meglio. Il medico quando visita fa una diagnosi, prescrive degli esami, scrive una terapia, medica o chirurgica. Quotidianamente ogni medico per vedere se ha ottenuto la guarigione del paziente fa un controllo.

Ecco, secondo me dovrebbe esserci un organo delle istituzioni che controlli il nostro lavoro. Un controllo non come metodo di punizione, ma come metodo di prevenzione, come metodo di maggior equità e certezza di terapie univoche. Un controllo come metodo di recupero nel caso di errore e non di punizione perchè porterebbe  alla “medicina difensiva”: il medico fa di più non per il bene del paziente ma per la paura di essere denunciato, ad esempio esegue esami non per dubbi diagnostici ma per difesa. Un controllo come metodo di aiuto per trasformare la sanità da verticale (il medico può e il paziente deve) a orizzontale (medico e paziente sono sullo stesso piano).

Proprio perché la salute viene prima di tutto, occorre che sia il più possibile esatta e che rispetti la dignità delle persone. Occorre che le gerarchie tra i medici siano allentate per il bene comune. Il primario deve spiegare e fare riunioni per aiutare i colleghi. Nessuno deve nascondere per suoi fini la scoperta di un metodo utile al bene del paziente. Ai congressi bisognerebbe imporre di far vedere non il bello della medicina ma le problematiche, le complicanze. Solo così, se poi nella pratica ci si trovasse di fronte allo stesso problema, sarebbe più facile la soluzione per il bene del paziente.

Questi potrebbero essere le basi per una “sanità orizzontale” in una nuova “società orizzontale.

Quindi il cittadino-paziente ha il diritto di essere curato nel miglior modo possibile ed ha il diritto di essere sicuro, trattandosi di salute, di trovare di fronte un altro cittadino-medico che faccia tutto in “scienza e coscienza”.

Per avere  questo il cittadino ha dei doveri, la Costituzione glieli impone. Per avere ospedali attrezzati con apparecchiature valide alla diagnosi ed alla terapia, per poter pagare il personale medico, paramedico ed amministrativo, per avere farmaci o esami clinici a costi partecipati con lo stato, il cittadino, come recita l’articolo 53, ha il dovere di contribuire:

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Quindi i cittadini hanno, anche in sanità, diritti e doveri: il diritto di essere curati ed il dovere di permettere la cura.

J. F. Kennedy nel suo famoso discordo di insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 1961 disse: “Non pensare a cosa la tua nazione può fare per te, pensa a cosa tu puoi fare per la tua nazione.

Bisogna quindi augurarsi di poter raggiungere una società orizzontale, e una sanità orizzontale, in cui tutti i cittadini abbiano, come dice la Costituzione all’articolo 3,pari dignità sociale” e in cui tutti i cittadini possano esprimere le proprie opinioni per il bene pubblico.

Dal libro di Gherardo Colombo, Sulle regole, a pagina 48: “Esiste un modo di intendere la comunità che non si basa sulle gerarchie, ma sull’idea che l’umanità si promuova attraverso un percorso armonico in cui la collaborazione di ciascuno, secondo le proprie possibilità, contribuisce all’emancipazione dei singoli e al progredire della società nel suo insieme. L’elemento fondante è l’esatto contrario di quello che porta alla sperequazione, alla separazione e all’esclusione. L’umanità non vive, non si emancipa, non progredisce attraverso la selezione, ma prestando attenzione a ogni suo componente. L’origine di questa idea sta nella convinzione che ogni persona è in sé apprezzabile, costituisce un valore, una dignità. Tale modo di intendere è a sua volta conseguenza del riconoscere nell’altro la stessa natura’ che ciascuno vede in se stesso”.