Al numero 5 di via Raffaello, si arriva alla fine di un dedalo di viuzze che si aprono alle auto solo lo stretto necessario. Sembra di stare in un quartiere residenziale di una città di villeggiatura. Invece siamo a Casapesenna, al confine con Casal di Principe e San Cipriano di Aversa, nel feudo dell’ultimo latitante di peso della camorra casalese, Michele Zagaria. Lo stanno cercando inutilmente da quindici anni tra bunker sotterranei e ville mastodontiche.

L’auto si ferma di fronte ad cancello di ferro e un muro alto che sbarrano la visuale ai curiosi. Servono a circondare una villa enorme: tre piani e più di 800 metri di spazio. Ci abitava un altro boss del clan, Alfredo Zara. Ora vive in un carcere di massima sicurezza con una condanna all’ergastolo. La casa è disabitata da una decina d’anni. I proprietari sono cambiati. L’abitazione è stata confiscata. Il cancello lo apre Gianni Allucci, il direttore del Consorzio “Agrorinasce”, di Casal di Principe, che gestisce circa 60 beni tolti alla camorra casalese. E avvisa subito: “Hanno vandalizzato tutto. Il bene ci è stato consegnato quattro anni fa. Quando abbiamo aperto la porta per la prima volta, non abbiamo trovato gli infissi, le finestre, le porte, gli impianti elettrici, i marmi alle scale. Succede sempre così – spiega Allucci – appena c’è la confisca definitiva da parte dello Stato, asportano quello che possono recuperare e il resto lo rompono o lo incendiano. Ora, però, questa villa la faremo rivivere di nuovo. Diventerà un ostello per la gioventù. Il bene lo abbiamo già assegnato, con procedura di evidenza pubblica, all’Associazione Giosef, attiva da anni negli scambi culturali tra studenti e associazioni d’Europa”. E’ arrivato un finanziamento di 1.300.000 euro dal ministero dell’Interno, attraverso il Pon Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno. Sono stati finanziati i progetti di recupero ad uso sociale di due beni confiscati. Uno è quello di via Raffaello e un altro che si trova in via Cagliari n.15, sempre a Casapesenna, il cui proprietario precedente era Luigi Venosa, soprannominato “o’ cocchiere”, killer del clan dei casalesi tra i più assatanati. Anche lui però, come Alfredo Zara, passerà il resto dei suoi giorni in un carcere di massima sicurezza. Ha una condanna all’ergastolo nell’ambito del processo ”Spartacus”.

“Nella ex casa di Venosa – spiega sempre Allucci – nascerà un Centro di aggregazione giovanile per l’arte e la cultura, che Agrorinasce gestirà in collaborazione con il Comune di Casapasenna e le associazioni culturali”. Questo bene, rispetto all’altro, è stato del tutto distrutto. Quando si apre il portone di ferro con le chiavi che Allucci custodisce gelosamente in una busta di plastica, lo spettacolo che si para davanti è desolante. Sembra di entrare in una zona di guerra, con case squarciate dalle bombe. Hanno portato via quello che portavano portare. Sono rimaste solo macerie. Secondo il procuratore della Dda di Napoli, Federico Cafiero De Raho, dietro gli atti vandalici contro i beni confiscati c’è una regia precisa, “per attaccare l’uso sociale di quelle proprietà. E’ preoccupante tutto questo – dice – perché quei beni sono una vittoria della Stato nei confronti della criminalità e quando si recuperano socialmente, si dimostra che la camorra si può battere”. Il Procuratore di Salerno, Franco Roberti, non è da meno. “Certi beni confiscati sarebbero da abbattere completamente perché hanno in sé un’urbanistica criminogena. Anzi – aggiunge – Dovrebbero essere abbattuti interi quartieri di Scampia e buona parte dei fabbricati della città di Casal di Principe e zone limitrofe, perché in certi posti lo Stato non può entrare nemmeno fisicamente”. “Abbiamo un obiettivo – spiega ancora Allucci – in 18 mesi dobbiamo rimettere in piedi i due beni confiscati e consegnarli alle attività sociali per i giovani”.

La camorra si nutre di simboli e di gesti. Aprire questi luoghi alla gente significa e farli diventare simboli di vita, significa alimentare la speranza di una società libera dai clan.