Se nella suzione del primo latte vi è, con l’alchimia della nostra salivazione, il primo atto di cucina compiuto da noi medesimi, si può sostenere, senza smentita, che tutti nasciamo cuochi. Sì, prima respiriamo e poi mangiamo. Ma se il primo appartiene agli automatismi pre impostati, al quale giungiamo alle volte per sfortunata abitudine con un sonoro sculaccione dell’ostetrica, il secondo ci porta affettuosamente verso la responsabilità amorosa di qualcuno che ci fornisce coscientemente cibo.

Sì, se la nascita può essere anche casuale, non è mai casuale l’essere nutriti.
Col passare dei primi anni, questo ci lega in maniera emotivamente indissolubile a chi ci fornisce i nostri necessari alimenti. Ed è in quel tempo che, nella memoria del nostro “cervello antico”, materne o paterne merende di pane, burro e zucchero si imprimono con i colori dei tramonti invernali, come un pane abbrustolito struscicato sia d’aglio che di pomodoro, sporcato d’olio e basilico, si unisce con folgoranti tramonti di fine estate. E via avanti così, in infinite emozionati combinazioni.

Anche se quel cono di cioccolata e panna fresca mangiato mentre ascoltavo, con le mie  cosce di tredicenne appoggiate a un jukebox che vibrava, le note di Hey Jude, mi accompagnerà per sempre, facendomi chiedere un intimo “perché?…”, ogni qual volta mi trovo a dover scegliere fra i numerosi gusti di quelle fredde baciasche.

Sì, una certa resistenza al nuovo forse mi nasce lì. E che ci crediate o no, prima di arrivare alla combinazione di altri diversi gusti, ci ho messo degli anni, e mai in ogni caso più di due per volta. Come se la combinazione del due mi facesse comunque rischiare di perdere qualcosa della preziosa unicità della singolarità degli alimenti e degli elementi.

Confesso che forse avrei voluto mangiare separatamente quella prima cioccolata da quella prima panna. E solo poi, con la maturità di un pane burro e acciughe, sono entrato, apprezzando come tutti, nella complessità delle alchimie della vita, sopportando, pur soffrendo, quando vedo la commistione del terzo famigerato gusto sulla perfetta, potente delicatezza di una cioccolata e panna.

Non c’è stracciatella, crema, croccantino, caffè che tenga. Credo fermamente e intimamente in una loro necessaria singolarità. E come contraddicendo me stesso, se sul salato un fior di latte, un basilico, un non-niente di pomodoro, mi farciscono perfettamente la mia preferita parmigiana di melanzane, rischio alle volte la critica di amici partenopei aggiungendo, in qualche strato, fette di patate lesse e provola affumicata, con un non-niente d’aglio per intimo piacere, che si fa profondo legame quando chi assume con me questo cibo, prova la medesima emozione.

Dunque, materia che si trasforma in materia, passando prima da un laico spirito che si fa fortunato stato di benessere.

E io sto con una folle idea di fare con amore quel che faccio, essendo quel che sono: un cuoco.