Un detenuto originario della Colombia si è ucciso nel carcere bolognese della Dozza, impiccandosi nella sua cella al secondo reparto giudiziario. Si chiamava Antonio Pastor Chavarro, aveva 48 anni ed era finito dietro le sbarre lo scorso agosto. Accusato di avere fatto da mediatore tra colombiani e boss dell’ndrangheta in un traffico di cocaina finito male, l’uomo era stato arrestato nell’operazione “Due Torri connection”. Un’inchiesta che aveva portato alla cattura di altre quindici di persone, in gran parte legate alla cosca dei Mancuso di Vibo Valentia.

Durante l’intera giornata l’uomo non ha mai voluto uscire, nemmeno per l’ora d’aria, quando è rimasto da solo in cella. Lì si è legato le mani dietro la schiena con dei calzini (probabilmente per evitare ripensamenti) e si è messo il cappio intorno al collo. Inutile l’intervento degli agenti di polizia penitenziaria, che l’hanno trovato già morto. La pm Alessandra Serra ha aperto un fascicolo per fare pienamente luce sulla vicenda ma per ora sull’ipotesi suicidio ci sono pochi dubbi: prima di togliersi la vita Antonio Chavarro ha scritto delle lettere destinate ai suoi famigliari in cui spiega i motivi del suo gesto.

La notizia è stata diffusa nel tardo pomeriggio dal Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, ricordando che si tratta del secondo suicidio dietro le sbarre in Emilia Romagna nell’arco di una settimana, e il cinquantanovesimo in tutta l’Italia dall’inizio dell’anno. “Tuttavia – ha commentato il segretario del Sappe, Giovanni Battista Durante – nessuno si pone il problema della questione carceri, le cui strutture sono ormai al collasso, per carenza di uomini, di risorse economiche e sovraffollamento”. In Emilia-Romagna ci sono duemila detenuti in più rispetto ai posti previsti e mancano 650 agenti. “Mentre solo a Bologna mancano 200 persone” ha aggiunto Durante.

L’ennesimo morto in cella riaccende i riflettori sulla costante situazione di emergenza in cui versano da tempo gli istituti di pena in Italia, compreso quello di Bologna. Il carcere Dozza è nato per ospitare massimo 502 persone. Mentre oggi ce ne sono in media 1050, più del doppio. Di queste circa 300 soffrono di gravi problemi di tossicodipendenza, e dovrebbero quindi poter usufruire di misure alternative alla detenzione. “Purtroppo anche in queste ore – ha ricordato il segretario della Uil penitenziari Eugenio Sarno – durante il dibattito al Senato ed alla Camera per la fiducia al Governo Monti, non una sillaba sulle criticità del sistema penitenziario è stata pronunciata dal presidente del Consiglio e dai gruppi parlamentari di opposizione e di maggioranza”