Sarà un “Premio alla Carriera Internazionale” quello che il Roma Film Festival consegnerà domenica prossima a Franco Nero durante una serata di gala ad inviti presso la Casa del Jazz. Il dovuto riconoscimento precede di pochi giorni il settantesimo compleanno del magnetico attore – il prossimo 23 novembre – nato a San Prospero Parmense. Come indicano comunicati stampa e articoli pubblicati per l’occasione, è davvero una percorso artistico straordinario quello del “bandito dagli occhi azzurri”. Ma, a ben vedere, in molti dei contributi apparsi in rete più di qualcosa non quadra.

Quando ci si approccia alla sua multiforme filmografia, generalmente si inizia dai grandi nomi che lo hanno diretto: John Huston (La Bibbia, 1966), Rainer Werner Fassbinder (Querelle de Brest, 1982), Luis Buñuel (Tristana, 1970), Elio Petri (Un tranquillo posto di campagna, 1968), Marco Bellocchio (Marcia trionfale, 1976) e Sergei Bondarchuk (Messico in fiamme, 1982 e I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1983). Poi seguono gli altri: Damiano Damiani, Florestano Vancini, Carlo Lizzani, Pupi Avati, Tinto Brass e Luigi Magni. Solo i più buoni includono anche Lucio Fulci. Nessuna dimenticanza?

Un fugace accenno a Sergio Corbucci, che lo lanciò molto più di Huston con l’esplosivo successo di Django (1966), non può bastare. Perché il corpo attoriale di Nero è tutt’uno con quel cinema ormai più citato a pappagallo che visto, con quella nuova estetica dei generi, avviata in Italia in quegli anni, di cui è stato uno dei maggiori interpreti. I corbucciani Il mercenario (1968) e Vamos a matar, compañeros (1979), ad esempio, lo rappresentano meglio di Tristana o Querelle de Brest, ma guai a dirlo ad alta voce. Il suo è un corpo alieno all’interno del settario cinema nostrano, figuriamoci della critica, un elemento a suo agio sia nelle odissee all’amatriciana di Antonio Margheriti (I criminali della galassia, 1965 e I diafanoidi vengono da Marte, 1966) che nelle sortite nei mondi degli autori intoccabili.

Forse l’imprendibilità di Nero è legata ad una fenomenologia attoriale a cavallo tra un qui e un lì. A quelle caratteristiche fisiche che pur definendolo perfettamente italiano nelle produzioni estere lo fanno sembrare americano in quelle italiane. Da sempre impermeabile al provincialismo che accompagna il parco attori nostrano di ieri come di oggi, continua a recitare in tutto il mondo, in diverse lingue, senza snobismi e con la medesima professionalità, mentre ad altri suoi colleghi non resta che trovare rifugio in stantie santificazioni televisive. Ecco la differenza.

Dimenticato da molti interventi pubblicati, il regista che ne ha compreso appieno le singolari potenzialità è Enzo G. Castellari, lo sguardo più vispo del cinema d’azione italiano. Shootblack – il vero cognome dell’attore è Sparanero –, come lo chiama il cineasta romano che lo ha diretto nove volte tra cinema e Tv, riesce a dare il meglio di sé proprio in alcune pellicole ascrivibili al lungo sodalizio con il regista venerato da Quentin Tarantino. Il bellissimo western Keoma (1976), il luccicante poliziesco La polizia incrimina, la legge assolve (1973) o il crepuscolare Jonathan degli Orsi (1995), di cui è anche produttore e soggettista, ne restituiscono l’anima più vera, al di là delle categorie, dei pregiudizi e delle scorciatoie giornalistiche.