La colpa non è loro, ma i Monti già cominciano a diventare antipatici. Può accadere se, dopo un’abbuffata di lap dance, di escort, di suore e crocerossine finte e di ville faraoniche vere, vi arriva addosso improvvisamente una tonnellata di timidezza e riservatezza.

Il troppo stroppia e, quando la riservatezza supera un certo limite, i giornalisti devono pure inventarsi qualcosa da scrivere. E allora dagli con la contrapposizione tra il presidente dimissionario e il presidente incaricato che più diversi tra loro non potrebbero essere.

Tanto il vecchio Silvio sfoggiava un umorismo greve e scontato, tanto il nuovo Mario è capace di sfoderare un insospettabile humour di stampo anglosassone.

Il vecchio esibiva ville e palazzi sempre più lussuosi, mentre il nuovo vive da sempre nello stesso appartamento in un condominio di Milano, ma mica un condominio normale che si affacci spavaldo su una strada trafficata: no, il suo è “un edificio elegante leggermente rientrante rispetto alla strada alberata nella zona Ovest della città”.

Se il vecchio presidente si era premurato di spedire agli italiani un album illustrato con la storia della sua vita, debitamente illustrata e romanzata, e se le sue abitudini nel tempo libero, rivendicate con orgoglio, hanno riempito le cronache degli ultimi due anni, delle abitudini del nuovo, che rifugge la mondanità, “nessuno parla, se non per dire che ogni domenica, quando è a Milano, va a messa alla parrocchia di San Pietro in Sala” dove arriva insieme alla moglie Elsa, e si mette in disparte vicino all’altare della Madonna“.

Il vecchio ha esibito la madre ultranovantenne in occasioni pubbliche o al seggio elettorale. Il nuovo, gelosissimo della sua privacy, è assai riservato, ma “con tratti di umanità non esibita” tanto che, “nonostante un lavoro che lo ha sempre impegnato molto, trovava il tempo di andare fuori a passeggiare con il padre sofferente per l’età e un problema alla vista” (mentre, normalmente, tutti noi facciamo allegramente jogging con i nostri anziani e spensierati genitori, mai sfiorati da problemi di maculopatia degenerativa).

Il vecchio non smetteva di profondersi in complimenti, non sempre apprezzati e graditi, con rappresentanti del sesso femminile di ogni ceto e nazionalità (fatta eccezione per le alte cariche finlandesi e tedesche), il nuovo si limita al saluto e privilegia le persone semplici, e lo fa solo a scopi didattici: “‘E’ un signore istruito che parla quattro lingue e saluta sempre’ ha raccontato una delle colf che entrano e escono dal palazzo in cui abita” e che, grazie a lui, ha già imparato a dire buongiorno, good morning, bonjour e guten Tag.

Il vecchio si muove sempre circondato da nerborute guardie del corpo, il nuovo, senatore a vita fresco di nomina, è andato a prendere la moglie, che lo ha raggiunto in treno, alla stazione Termini, senza scorta e come un marito qualunque (è noto che, al contrario, i mariti eccentrici e inaffidabili, se la moglie arriva in treno a Roma, la vanno a prendere a Fiumicino) .

Berlusconi si lasciava stregare dalle crocerossine in divisa: “La gran parata ai Fori imperiali è percorsa da un brivido, un venticello tiepido che scombussola gli illustri ormoni di cotanto palco. Cammina, ondeggia, andatura marziale-sexy, guanti bianchi, labbra carnose, un filo di trucco, guance illuminate da un delicato rossore, la croce sul petto ornato solo di medaglia, la livrea statuaria ingentilita dal velo nero che scende sulla schiena come una ciocca di capelli (pudicamente nascosti dal copricapo). Insomma un condensato di sogni erotici da merlo maschio italiano: l’infermiera premurosa e formosa, il rigore pudìco e le movenze fascinose, il contrasto freudiano tra religione e sensi, sempre in agguato”.

Diverso l’approccio alla Croce Rossa del candidato premier, la cui sobrietà si estende anche a coloro che gli sono vicini, compresa la moglie Elsa, che pare non partecipi alla sfilata del 2 giugno e tuttavia “occupa da anni un ruolo di spicco all’interno della Croce Rossa di Milano. Una vita dedicata ai più deboli, un impegno portato avanti con dedizione e convinzione dai vertici della Sezione femminile della Cri meneghina” tanto che, umilissima, “se dopo una riunione c’è da servire il caffè, oppure da sgombrare un tavolo dai bicchieri di carta, la signora Monti si dà da fare come una volontaria qualsiasi”.

Mentre Silvio Berlusconi sfiniva i giornalisti inglesi dello Spectator ospiti a Villa Certosa, scarrozzandoli per ore nel parco per illustrarne tutte le bellezze, la riservatezza di  Mario Monti è proverbiale, tanto che intervistato davanti a casa nel 2004, quando era in predicato per diventare il nuovo ministro dell’Economia al posto di Giulio Tremonti, rispose con un ‘no comment’ anche a una domanda sul nome del suo golden retriever. Ora il cane è cambiato, ma la sua riservatezza no”.

Ecco: se Mario Monti scioglierà le riserve e sarà il nostro nuovo presidente del Consiglio, sciolga anche un po’ della sua riservatezza. Comunichi ai giornalisti almeno i nomi dei suoi cani, dei gatti e dei canarini, in modo da offrire un po’ di materiale alle cronache.