Basta fare dibattiti rimanendo al chiuso in qualche locale. È venuta l’ora di rendere pubblica la protesta. È quello che ha appena deciso la neonata rete degli Operatori Sociali Non Dormienti, per sollevare il problema dei tagli sistematici al Welfare effettuati dalla Regione Piemonte e dal Comune. Una sessantina di persone armate di sedie e thermos di tè si sono appostate nella piazza del Municipio di Torino per dare vita a una riunione pubblica.

La Regione, il Comune e le Asl hanno accumulato ritardi di dieci, dodici mesi nell’erogazione dei fondi ai servizi sociali. Ma non sono solo i ritardi a preoccupare l’intero settore: negli ultimi anni si è assistito a una riduzione dei contributi e a tagli veri e propri. Tutto ciò ha portato gli operatori all’esasperazione anche se in tanti sono convinti che questo non dipenda solo dalla mancanza di risorse: dal momento che ai tagli spesso non corrisponde una riduzione proporzionale dei servizi, si è di fronte a una strategia di risparmio adottata volontariamente dalle istituzioni. Perché vuoi per spirito solidale – o a detta di alcuni “missionario” – vuoi per il timore di perdere gli appalti – indicato pure come “ricatto” – gli operatori sociali i servizi continuano a mantenerli in vita. Anche se poi le macchine grigie degli amministratori vengono a costare quanto un anno di educativa o i progetti destinati ai campi rom spariscono del tutto. E nonostante ancora le associazioni di volontariato possano presentarsi alle gare d’appalto: un chiaro segnale della tendenza al ribasso a cui è destinato il settore sociale in Piemonte.

Disabili, anziani, minori, psichiatrici ed ex-tossicodipendenti rischiano di ritrovarsi a essere trattati come pazienti e non più come utenti, quindi a venire curati con pasticche piuttosto che essere accompagnati da un programma di inserimento specifico. Tutto questo richiama la “questione etica” come la chiama R., uno dei portavoce della rete: «Voglio smettere di lavorare per cooperative che sottostanno alle decisioni di un Comune di non inserire bambini in comunità perché costano troppo oppure di far partire campagne indiscriminate di affidamento. Voglio smettere di lavorare per quelle cooperative che sostituiscono una medicina che dà dei risultati con il metadone solo perché più conveniente. Voglio che tutti si rendano conto che oltre all’assistenza sociale questa società si sta privando della prevenzione». Non è un caso se al momento si contano 6 operatori ogni 100mila abitanti.

Ovviamente i tagli riguardano anche la formazione universitaria: la giunta guidata da Roberto Cota ha appena eliminato il tirocinio formativo per educatori professionali, probabilmente la parte più importante dell’intero processo formativo. Lo stesso Cota che nel suo programma elettorale del 2010 definiva il Terzo Settore come “confinato in un ruolo secondario a cui sono state indirizzate poche risorse” da sostituire con un “welfare delle opportunità destinato progressivamente a sostituire il modello attuale di tipo prevalentemente risarcitorio: un welfare che interviene in anticipo”.

Complessivamente, in Italia gli enti pubblici hanno contratto un debito con il terzo settore di 25 miliardi di euro. A Napoli è dal 2007 che 150 fra cooperative e associazioni socio-assistenziali si sono unite per richiedere i 200 milioni di euro che la Regione Campania deve ancora pagare. In Emilia-Romagna invece a fine ottobre centinaia di disabili si sono sdraiati a terra per revocare i tagli del 63% introdotti negli ultimi due anni. Alla voce politiche sociali, l’Italia spendeva fino a tre anni fa 780 milioni di euro l’anno: quest’anno non supererà i 218. Anche a livello europeo siamo sotto la media, ben del 31% rispetto alle altre nazioni.

Ma tornando a Torino: i Non Dormienti, che si sono organizzati attraverso Facebook facendo di loro una sorta di “indignados” del sociale, si ritroveranno ogni 15 giorni davanti a un’istituzione diversa. Tra due lunedì saranno in Piazza Castello davanti al Palazzo della Regione. Rigorosamente all’aperto.

di Maurizio Bongioanni

“NON PRENDO SOLDI DA QUATTRO MESI”. STORIE DEGLI INDIGNADOS TORINESI

Marco, 40 anni: “Guadagno 1000 euro al mese. Per prendere qualcosa in più faccio delle ore straordinarie in un’altra cooperativa per 300 euro. Tutto questo lavoro e ora non prendo lo stipendio da due mesi. Addirittura dall’ultima cooperativa me ne sono andato perché si arrivava a legare i pazienti per mancanza di strategie e di personale. Ora invece rischio di perdere il posto per mancanza di titoli: io ho fatto tutta la vita questo lavoro. È l’unica cosa che so fare”.

Roberto, 36 anni: “Nell’ultimo anno ho ricevuto lo stipendio a singhiozzo: all’inizio dell’anno non ho preso nulla per 4 mesi, ora attendo da due. Dopo 8 anni di questo lavoro, a causa dei ripetuti ritardi sono tornato a vivere a casa dei miei genitori”.

Federica, 32 anni: “Dal 2002 ho lavorato con minori, rom e disabili. Quest’anno da gennaio a marzo non ho ricevuto nulla: ora mi stanno tornando ma non prendo più la tredicesima e nemmeno il rimborso Inps. Lavorando per il Comune è come se fossimo ricattati continuamente perché non possiamo denunciare né lamentarci con nessuno per paura di perdere l’appalto”.

Nicola, 51 anni: “Ho iniziato negli anni ’80, poi a metà dei ’90 me ne sono andato perché eravamo trattati come manovalanza. Ora per ritornare a fare questo lavoro sono obbligato a studiare, per questo mi sono iscritto all’università. Tutta la mia esperienza sul campo non mi dà nessuna garanzia”.

Giovanna, 52 anni: “Da trent’anni faccio questo lavoro e posso dire che in passato lavorare in cooperativa significava fornire un’alternativa sociale e politica forte. Poi le coop si sono divise e hanno cominciato a farsi concorrenza. Che senso ha che oggigiorno i servizi dipendano dai finanziamenti delle banche?”