Daraa, protesta contro il presidente siriano Bashar Assad

Non conosce fine lo spargimento di sangue in Siria. Le ultime 24 ore sono state tra le più sanguinose dall’inizio delle proteste contro il regime di Bashar Assad, ormai otto mesi fa. Secondo l’Osservatorio siriano per diritti umani – basato in Gran Bretagna – almeno 70 persone sono state uccise negli scontri causati dalla repressione del regime. Epicentro di questo nuovo, ennesimo massacro, la provincia di Daraa, nel sud del paese, una delle più ostinate nella protesta contro il governo. Secondo l’Osservatorio, 23 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza, che si erano appostate lungo la strada tra le cittadine di Kherebet Ghazale e Hirak. Altre quattro persone sono state uccise, sempre dalle forze di sicurezza, a Homs, altra città caparbiamente determinata a rovesciare il regime di Assad. Negli scontri a Deraa sono stati uccisi anche 34 soldati, di cui secondo l’Osservatorio, dodici erano disertori dell’esercito regolare che si erano uniti ai ribelli. I dati ufficiali dell’Onu, parlano di almeno 3500 vittime dall’inizio delle proteste, ma questa cifra è stata ampiamente superata con le ultime settimane di manifestazioni, scontri e repressione. Secondo il governo siriano, invece, le violenze sono da imputare a «gruppi armati» che avrebbero ucciso da marzo a oggi oltre 1100 poliziotti e soldati.

La tensione è altissima anche nella capitale Damasco, dove ieri un centinaio di manifestanti ha assaltato l’ambasciata giordana, come ritorsione per le parole del re Abdullah II che aveva usato un’intervista alla britannica Bbc per «invitare» Assad a lasciare il potere. I manifestanti, secondo la ricostruzione dei fatti offerta dal ministero degli esteri giordano, non hanno devastato l’ambasciata ma si sono «limitati» a tirare giù la bandiera del regno hashemita.

Di fronte agli ultimi massacri, la pressione internazionale su Damasco aumenta. Pochi giorni fa l’Unione europea ha deciso di inasprire le sanzioni contro il governo e le aziende siriane riconducibili alla repressione. Oggi è stata la Turchia ad alzare la voce e a fare qualche passo ulteriore verso l’isolamento internazionale di Damasco. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha detto che la situazione in Siria è «sulla lama di un coltello» e che il futuro del paese «non può essere costruito sul sangue degli oppressi». Non solo retorica, comunque, contro il governo siriano. «Al momento stiamo fornendo elettricità alla Siria – ha detto Taner Yildiz, ministro turco per l’energia – ma se la situazione continua in questo modo, potremmo rivedere questa decisione». Intanto, il governo di Ankara ha annunciato il congelamento di tutti i progetti congiunti di esplorazioni petrolifere. Le dichiarazioni e le sanzioni turche sono una ritorsione dopo che nel fine settimana ci sono stati assalti alle sedi diplomatiche turche, sia l’ambasciata a Damasco che i consolati ad Aleppo e Latakia.

Per cercare di smuovere il Cremlino dal suo sostegno ad Assad, una delegazione del Consiglio nazionale siriano, il cartello delle opposizioni, è da ieri in visita a Mosca. La visita di Ghalioun e di altri rappresentanti del Cns, secondo la Bbc, non è bastata a smuovere la diplomazia russa, che per ora non sembra intenzionata a cambiare posizione. Tutto ciò che è stato ottenuto, secondo Burhan Ghalioun, il professore della Sorbona diventato presidente del Cns, è che «il ministro degli esteri russo ha confermato il bisogno di una iniziativa araba, perché le decisioni che usciranno dall’incontro ministeriale della Lega araba confermano l’iniziativa di pace e non la contraddicono». La Russia, finora, ha con successo fermato nel Consiglio di sicurezza dell’Onu il tentativo occidentale di far approvare una mozione di condanna contro Assad.

L’iniziativa araba a cui si riferisce Ghalioun è quella che potrebbe venire fuori domani, mercoledì, dal vertice della Lega araba convocato in Marocco. Dalla riunione, infatti, potrebbe essere dato l’annuncio della conferma della sospensione della Siria dalla Lega. Una decisione che il governo siriano ha già preventivamente bollato come «illegale» e «pericolosa». Di fatto, però, l’intervista di re Abdullah II di Giordania indica che ormai anche tra i governanti arabi, Assad viene sempre di più percepito come un pericolo per la stabilità dell’intera regione. E non bastano più nemmeno i gesti di buona volontà, come la liberazione, oggi, di oltre 1800 persone arrestate perché coinvolte nelle proteste. La liberazione dei prigionieri è una delle richieste della Lega araba, ma di fronte a forse 10 mila arresti negli ultimi mesi, la scarcerazione di 1800 persone, per quanto benvenuta, sembra l’ennesima manovra dilatoria del regime.

di Joseph Zarlingo